Piangere insieme

Le candele sul palco avevano davanti un foglio con un nome: israeliani e palestinesi, senza distinzione.

Arrivano per vie separate, seguendo indicazioni comunicate ai partecipanti registrati soltanto nelle ultime ore. L’edificio è a Giaffa, la parte vecchia e mista della città che i turisti chiamano ancora Tel Aviv — un quartiere di case basse color sabbia, di vicoli che portano al mare, di moschee e sinagoghe a distanza di pochi isolati l’una dall’altra.

Sul palco dell’edificio senza indirizzo ci sono candele accese. Davanti a ogni candela c’è un foglio di carta con un nome sopra. I nomi sono quelli dei morti — israeliani e palestinesi insieme, senza distinzione di riga o colonna, senza bandiera accanto. [1]

La cerimonia si tiene ogni anno la sera prima di Yom HaZikaron, il Giorno del Ricordo israeliano. Quest’anno era la ventunesima edizione. La prima si tenne nel 2006, con poche decine di persone, in un posto che si poteva annunciare sui volantini. Da allora è cresciuta ogni anno. Nel 2023, prima dell’attacco di Hamas, erano arrivate quindicimila persone al palazzetto di Tel Aviv. Quest’anno il luogo è segreto, comunicato soltanto ai registrati, perché nelle settimane precedenti erano arrivate minacce dai gruppi di estrema destra. [2]

L’anno scorso i militanti avevano fatto irruzione in una sinagoga riformata della città di Raanana, che ospitava una proiezione della cerimonia in streaming. Avevano urlato slogan, rotto l’atmosfera, costretto le persone ad andarsene. La polizia era intervenuta. I magistrati non avevano mai aperto un procedimento penale. [3]

Quella sera del 20 aprile, mentre la cerimonia si svolgeva all’interno, attivisti di destra avevano localizzato uno dei siti di proiezione nel sud di Tel Aviv e avevano puntato casse audio verso l’edificio, alzando la musica ad alto volume. Fuori gridavano «morte ai sinistri». Dentro, le persone ascoltavano comunque. [4]

La cerimonia è organizzata da due associazioni. La prima si chiama Combatants for Peace — Combattenti per la Pace — ed è fondata da ex militari israeliani ed ex militanti palestinesi che ad un certo punto, ciascuno per conto suo e per ragioni diverse, hanno smesso di combattersi e hanno deciso di fare altro. La seconda si chiama Parents Circle – Families Forum, e raccoglie più di 800 famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso un figlio, un genitore, un fratello nel conflitto. Sono organizzazioni che esistono da prima del 7 ottobre 2023, costruite nel tempo tra una guerra e l’altra, nelle fasi in cui era possibile muoversi. [5]

Nessuna delle due cerca la simmetria morale tra le vittime. Nessuna delle due dice che i morti si equivalgono o che le sofferenze si pareggiano. Chiedono soltanto di stare nella stessa stanza.

Quest’anno la cerimonia era in ebraico e in arabo. Si leggevano poesie di Haim Nahman Bialik — il poeta che divenne simbolo del sionismo culturale di inizio Novecento — e di Mahmoud Darwish — il poeta che divenne voce della diaspora palestinese e dell’esilio. Un coro di donne cantava in entrambe le lingue. I palestinesi della Cisgiordania e di Gaza non potevano entrare in Israele: non avevano il permesso. Mandavano video preregistrati che venivano proiettati sul palco, davanti alla platea che guardava in silenzio dei volti su uno schermo. [6]

Liora Eilon ha 73 anni. Viene dal kibbutz Kfar Aza, sulla striscia di confine tra Israele e Gaza. È una di quelle comunità agricole nate nel dopoguerra per coltivare la terra desertica del Negev, con i campi che arrivano fino a quasi toccare la recinzione.

Il 7 ottobre 2023, alle prime ore del mattino, i militanti di Hamas sfondarono le recinzioni in più punti del perimetro e raggiunsero i kibbutz del confine in pochi minuti. A Kfar Aza entrarono da ovest mentre molti dormivano ancora. Suo figlio Tal faceva parte della squadra di risposta d’emergenza del kibbutz — un gruppo di civili armati, addestrati per i casi di attacco, che quel mattino cercò di difendere le case degli altri. Tal fu ucciso. [7]

Liora sopravvisse. Nei mesi successivi, mentre la guerra a Gaza entrava nella sua fase più distruttiva, decise di unirsi al Parents Circle. Non è una scelta ovvia: la stragrande maggioranza dei familiari delle vittime del 7 ottobre non ha seguito quel percorso. Molti di loro chiedono vendetta. Liora ha fatto una scelta diversa, e lo sa.

Quella sera, sul palco della cerimonia senza indirizzo, disse: «Sono qui oggi perché questo è il luogo della speranza. È un posto che mi dà la forza di credere che un giorno parleremo — e finirà.» [8]

Non disse quando. Non disse come. Non disse cosa sarebbe rimasto di Kfar Aza né chi avrebbe ricostruito. Disse soltanto che era lì perché era l’unico posto dove quella frase aveva ancora un senso, invece di sembrare una cosa che si dice per riempire il silenzio.

Da Jenin, in Cisgiordania, quella stessa sera arrivò un video.

Jenin è una città di circa 45.000 abitanti nel nord della Cisgiordania, conosciuta per il campo profughi e per le incursioni militari israeliane che vi si sono succedute nel tempo. Non è un posto che appare spesso nelle notizie italiane se non durante le operazioni militari. Kholoud Hushiya vive nella sua periferia.

Uno dei suoi figli è stato ucciso da un soldato israeliano nel gennaio 2023, durante un’operazione nell’area. Un secondo figlio è in detenzione amministrativa. [9]

Dopo la morte del primo figlio, Kholoud è entrata a far parte del Parents Circle. Anche questa è una scelta che va spiegata, perché non è automatica: unirsi a un’organizzazione che include le famiglie di quelli che dovrebbero essere i tuoi nemici, mentre un tuo secondo figlio è ancora in carcere, richiede un tipo di ragionamento che non è riducibile né al perdono né alla resa.

Nel video preregistrato che hanno proiettato quella sera davanti alla platea di Giaffa, Kholoud ha detto: «Abbiamo scelto la via della pace, nonostante tutte le perdite. Perché il sangue chiama soltanto altro sangue.» [10]

Mentre le sue parole venivano proiettate a Giaffa, lei era altrove. A Jenin, o comunque fuori da Israele, in un posto in cui non poteva vedere le candele sul palco né le facce delle persone che la guardavano. A poche centinaia di metri dalla sala di Giaffa, nel frattempo, qualcuno stava sparando musica contro le finestre.

Ayala Metzger non era mai venuta alla cerimonia prima. Quest’anno è venuta per la prima volta.

I suoi suoceri — Yoram e Tami Metzger — vivevano al kibbutz Nir Oz, un’altra delle comunità agricole del confine meridionale. Nir Oz fu uno dei kibbutz più colpiti dal massacro del 7 ottobre: su circa quattrocento abitanti, 47 furono uccisi e altri 76 rapiti e portati a Gaza. Il 7 ottobre 2023, Yoram e Tami vennero presi insieme dalla loro casa. [11]

Tami fu rilasciata nel novembre 2023, nel primo accordo per gli ostaggi tra Israele e Hamas. Tornò a casa. Yoram rimase a Gaza. Mesi dopo, le autorità israeliane comunicarono alla famiglia che Yoram era morto in prigionia. [12]

Ayala arrivò alla cerimonia di Giaffa con l’intenzione, disse alla CNN, di «amplificare la voce della ragione». Sapeva di essere una voce di minoranza assoluta nel suo paese in questo momento. Lo disse esplicitamente, senza cercare di nasconderlo dietro una costruzione retorica. «Non possiamo continuare a vivere morendo di continuo» disse. «Tornare alla rabbia, all’odio e alla vendetta ci tiene nello stesso circolo vizioso. Non risolve niente. Quello di cui abbiamo bisogno è una coalizione di esseri umani — persone che vogliono vivere qui, e non odiarsi». [13]

È una frase che vale la pena lasciare stare così, senza aggiunte.

Tre mesi prima di quella sera a Giaffa, due uomini stavano camminando per le strade di Verona portando insieme la fiaccola olimpica.

Era gennaio 2026. I Giochi Invernali si avvicinavano. Le televisioni di mezzo mondo inquadravano la fiaccola e i due uomini che la reggevano. Era la prima volta nella storia che un israeliano e un palestinese la portavano insieme. [14]

Uno si chiama Maoz Inon. Cinquant’anni, imprenditore del turismo. Aveva costruito una catena di ostelli in luoghi che altri imprenditori israeliani evitavano: Nazareth, la più grande città araba d’Israele, la Città Vecchia di Gerusalemme, posti dove l’incontro tra israeliani e palestinesi non era programmato ma spontaneo — nel corridoio di un ostello, al bar comune, davanti alla mappa appesa all’ingresso. Aveva costruito la sua idea di impresa sulla convinzione che il turismo potesse fare quello che la politica non riusciva: mettere le persone nella stessa stanza.

I suoi genitori — Bilha e Yakovi Inon — vivevano nella comunità agricola cooperativa di Netiv Haasara, a poche centinaia di metri dalla recinzione con Gaza. Yakovi gestiva i campi. Bilha era la figura centrale della famiglia. Il 7 ottobre 2023 furono uccisi nella loro casa mentre i razzi cadevano e i militanti sfondavano il perimetro. [15]

Abu Sarah è nato ad al-Eizariya, in Cisgiordania. Quando aveva dieci anni, suo fratello maggiore Tayseer — diciannove anni, il fratello con cui condivideva il letto — fu arrestato durante la Prima Intifada con l’accusa di aver lanciato pietre contro i soldati israeliani. Morì – racconta – durante la detenzione. Aziz aveva dieci anni e guardava. [16]

Per anni crebbe con la rabbia. Voleva colpire indietro, come lui stesso ha scritto nel libro che ha pubblicato con Maoz nel 2026. Poi, quando aveva diciotto anni, si iscrisse a un corso di lingua ebraica perché aveva capito che senza ebraico sarebbe stato difficile trovare un lavoro. Fu lì che incontrò per la prima volta degli israeliani che non erano soldati a un checkpoint. La sua insegnante. I compagni di corso. Persone normali, con vite normali, che lo trattavano come un compagno di classe. Quella scoperta — che esistevano degli israeliani che non somigliavano all’immagine che aveva in testa — non cancellò il dolore, ma aprì uno spazio in cui qualcos’altro era possibile. Fondò una società di viaggi, la MEJDI Tours, specializzata in itinerari a doppia narrativa: lo stesso luogo raccontato da una guida israeliana e da una guida palestinese, in contemporanea, davanti agli stessi turisti. [17]

I due si erano incrociati una volta, qualche anno prima del 7 ottobre, e si erano persi di vista. Dopo la morte dei genitori di Maoz, Aziz gli scrisse un messaggio. Non era un messaggio formale. Era una cosa che si fa tra esseri umani quando un altro essere umano perde qualcuno. Maoz rispose subito: grazie per esserci. [18]

Nei giorni successivi, mentre la famiglia Inon era ancora nella shiva — i sette giorni di lutto ebraico in cui la famiglia riceve le condoglianze a casa — i cinque fratelli si riunirono prima dell’alba di un mattino e presero una decisione insieme. Il fratello più giovane, Magen, fu il primo a parlare: non avrebbero cercato vendetta. Non era una dichiarazione idealista. Era una decisione di famiglia, presa attorno a un tavolo, in silenzio. [19]

Maoz organizzò una commemorazione per i suoi genitori a Nazareth, in modo che i suoi amici e partner palestinesi nella città potessero partecipare. Erano persone che avevano conosciuto Bilha e Yakovi, che erano passate dall’ostello, che avevano condiviso qualcosa con quella famiglia. Vennero. [20]

Il legame con Aziz si rafforzò nel tempo. Girarono insieme per otto giorni tra Israele e i Territori Palestinesi — da Gerusalemme Est al kibbutz dove i genitori di Maoz coltivavano la terra, dal mercato delle spezie nella Città Vecchia ai campi di grano della Valle di Jezreel, dai checkpoint ai quartieri misti di Giaffa. Tutto quello che vedevano lo annotavano. Ne uscì un libro: The Future Is Peace, pubblicato ad aprile 2026. [21]

Il libro non propone una soluzione specifica al conflitto — non disegna frontiere, non risolve la questione dei rifugiati, non decide cosa fare di Gerusalemme. Occupa una sola pagina a quelle questioni, consapevolmente. «Ci sono scaffali interi di soluzioni pratiche,» ha detto Maoz in un’intervista a The Forward. «Capitoli su capitoli di confini, risorse idriche, Gerusalemme, rifugiati, accordi di sicurezza.» Il libro fa qualcos’altro: mostra che il lavoro emotivo viene prima. Che senza un cambiamento in quello strato, qualsiasi mappa resterà carta. [22]

«Quando non sogni,» ha detto Maoz, «sono gli estremisti a sognare per te. E allora il loro sogno diventa il tuo incubo.» [23]

Aziz, quando qualcuno gli chiede con quel tono scettico come stia andando il suo lavoro per la pace, risponde con un’immagine. Se incontrassi un ricercatore che sta cercando un vaccino contro il cancro, gli diresti «oh, come sta andando?» con la stessa voce incredula? «La pace è già stata raggiunta molte volte nella storia,» ha detto al The Forward. «Un vaccino contro il cancro ancora no.» [24]

I numeri che circolano attorno a queste storie aiutano a capire quanto sia stretta la striscia su cui queste persone camminano, e quanto sia onesto dire che sono una minoranza.

Un sondaggio della Tel Aviv University — il Peace Index, prodotto mensilmente dall’Israel Democracy Institute in collaborazione con l’università — pubblicato nel marzo 2026 ha rilevato che soltanto il 26% degli israeliani ebrei è favorevole ai negoziati con l’Autorità Palestinese. Soltanto il 13% crede che quei negoziati potrebbero portare alla pace nei prossimi anni. [25]

Un sondaggio Gallup condotto nel 2025 in Cisgiordania e Gerusalemme Est ha trovato che soltanto il 23% dei palestinesi intervistati ritiene che la pace permanente con Israele sarà mai raggiunta. [26]

Questi numeri descrivono una realtà. Non la realtà che emerge dalle storie di questa notte, ma quella in cui quelle storie esistono. Una realtà in cui la maggioranza assoluta delle persone, da entrambe le parti, non crede più che sia possibile vivere insieme. In cui il 7 ottobre ha lasciato una ferita che non somiglia a nessuna delle ferite precedenti, anche per chi è abituato alle ferite. In cui la guerra a Gaza — che secondo i dati del ministero della Salute di Gaza ha ucciso più di 72.000 persone, con un numero molto più alto stimato dagli epidemiologi quando si contano anche le morti per malattia, fame e macerie — ha lasciato un’altra ferita speculare, dello stesso tipo, sulla sponda opposta. [27]

Stare in quella stanza a Giaffa, in quel palazzo senza indirizzo, significa stare dentro entrambe queste ferite contemporaneamente senza cercare di risolverle in una sintesi.

Il 1° maggio 2026, undici giorni dopo la cerimonia, in uno dei più grandi centri congressi di Tel Aviv si aprì il People’s Peace Summit — il Vertice della Pace dei Popoli — alla sua terza edizione annuale.

Lo organizza la coalizione chiamata It’s Time — È il Momento — che raduna più di 80 organizzazioni israeliane di costruzione della pace e dialogo intercomunitario: gruppi di donne, scuole bilingui ebraico-arabe, associazioni di ex soldati, movimenti studenteschi, cooperative di lavoro miste, ong di documentazione delle violazioni dei diritti civili. Non hanno tutte la stessa visione politica. Si accordano su un punto minimo: la violenza perpetua non serve gli interessi di nessuno dei due popoli. [28]

Fuori dall’arena principale, l’ebraico si mescolava all’arabo e all’inglese tra le installazioni artistiche e gli stand delle associazioni. In platea c’erano giovani attivisti in maglietta, persone anziane con la kippah, donne con l’hijab, diplomatici in giacca, studenti universitari, operatrici sociali. La partecipazione palestinese era presente ma numericamente limitata rispetto a quella israeliana — non per mancanza di interesse, precisano gli organizzatori, ma per mancanza di permessi di movimento. Alcuni avevano fatto richiesta. Molti erano stati rifiutati. [29]

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha mandato un video alla platea. Ha annunciato che la Francia ospiterà a Parigi il 12 giugno una conferenza internazionale dedicata alla soluzione a due Stati, in cui le società civili israeliana e palestinese potranno «far sentire la propria voce». Aveva già riconosciuto lo Stato di Palestina nel settembre 2025. [30]

La serata si è chiusa con musica. Sul palco è salita Dana International, l’icona della musica pop israeliana — nata Yaron Cohen, prima donna transessuale a vincere l’Eurovision nel 1998, da vent’anni voce di una certa idea di Israele aperto e plurale. Poi è salito il Jerusalem Youth Choir, che canta con ragazzi arabi ed ebrei di Gerusalemme. Poi il Rana Choir, il coro misto composto esclusivamente da donne — arabe ed ebree — fondato esattamente per dimostrare che si può cantare insieme. [31]

Una studentessa della Tel Aviv University di nome Gal ha detto che questo vertice aveva cambiato il suo modo di vedere le cose, la prima volta che era venuta. «È stato un punto di svolta nel mio percorso di attivista,» ha detto. «Spero di avere lo stesso impatto su altri oggi.» [32]

Shira Ben Sasson è la direttrice israeliana del New Israel Fund, uno dei coorganizzatori del vertice. Ha detto alcune cose a Rachel Fink del The Forward che vale la pena riportare, perché non è il tipo di dichiarazioni che si leggono di solito nella comunicazione istituzionale.

«Il governo israeliano non è il vostro partner,» ha detto, rivolgendosi alla diaspora ebraica americana. «Noi lo siamo. La società civile pro-democratica è il vostro partner. Quelli di noi che stanno combattendo per l’uguaglianza, per i diritti degli ebrei non israeliani e dei non ebrei israeliani — questo è il posto dove vivono ancora i valori condivisi.» [33]

Ha parlato della parola «pace», che in Israele è diventata così carica politicamente che molte istituzioni evitano di pronunciarla. Ha parlato della paura della controversia come di un lusso che costa più di quanto sembri. «Non abbiate paura di invitare un arabo e un ebreo al vostro evento, dove potrebbe esserci disaccordo,» ha detto. «Lottare e discutere è una parte fondamentale della nostra identità.» [34]

Alla fine ha chiesto direttamente: non abbandonate Israele. Ha usato quelle parole. «Ci sono stati tanti momenti in cui le cose sembravano insormontabili e voi non avete rinunciato a noi. Non abbandonateci ora». [35]

Non è il tipo di dichiarazione di chi sta vincendo. È il tipo di dichiarazione di chi sa che sta perdendo terreno e continua lo stesso.

La cerimonia di Giaffa è finita tardi. Qualcuno ha spento le candele una per una. I foglietti con i nomi dei morti sono stati raccolti e messi in una scatola.

Fuori, il rumore delle casse audio era già cessato. Gli attivisti di destra erano andati via. La strada attorno all’edificio senza indirizzo era silenziosa come tutte le strade di Giaffa a quell’ora.

Quella sera, secondo gli organizzatori, erano presenti fisicamente circa 800 persone — tra la sede di Tel Aviv e la cerimonia parallela nella città palestinese di Gerico, in Cisgiordania, dove i partecipanti palestinesi che non potevano attraversare il confine si erano riuniti nello stesso momento in un luogo separato. Altre 22.000 avevano seguito la diretta streaming. La trasmissione era arrivata a più di 60 canali satellitari — in Israele, in Cisgiordania, in Europa, in Nord America, in Sudafrica, in Australia. [36]

Nessuno di questi numeri cambia i sondaggi. Il 26% di israeliani favorevoli ai negoziati rimane il 26%. Il 23% di palestinesi che credono nella pace rimane il 23%. I morti rimangono morti.

Quello che rimane, oltre ai numeri, è Nahil Hanouna, da Gaza, che nel suo video preregistrato ha detto: «Noi palestinesi siamo esseri umani come tutti gli altri. Vogliamo vivere in pace e libertà, crescere i nostri figli senza paura. Non siamo stati creati per passare tutta la vita in guerra». [37]

Era in video perché non aveva il permesso di entrare in Israele. Ha parlato da qualche parte dentro Gaza, davanti a una telecamera, a una sala piena di persone a Giaffa che guardavano in silenzio uno schermo.

Il padre di Maoz Inon, prima di morire, gestiva i campi agricoli del kibbutz. Ogni anno c’era una catastrofe — inondazioni, siccità, incendi, insetti. Ogni anno il raccolto andava distrutto o quasi. Ogni anno, all’ora di cena, il vecchio Yakovi sedeva a tavola con i figli e raccontava la catastrofe dell’anno. Poi diceva la stessa cosa. L’anno prossimo si semina di nuovo. Non con le preghiere. Sapendo — non sperando, sapendo — che l’anno prossimo andrà meglio. [38]


Fonti

[1] ‘Here is where hope lies’: Palestinians and Israelis mourn losses in joint ceremony, 972 Magazine. [2] Joint Israeli-Palestinian Memorial Day event held in secret amid far-right threats, The Times of Israel. [3] ‘Blood only brings more blood’: Israelis and Palestinians share grief under veil of secrecy, CNN. [4] Ibidem. [5] About PCFF, Parents Circle – Families Forum, theparentscircle.org; Joint Ceremonies, Combatants for Peace, cfpeace.org. [6] ‘Blood only brings more blood’, CNN. [7] Ibidem. [8] Ibidem. [9] Ibidem. [10] Ibidem. [11] Ibidem. [12] Ibidem. [13] Ibidem. [14] Two friends, an Israeli and a Palestinian, believe peace is possible after war, NPR. [15] Israeli who lost parents on October 7 has message of peace, AFP/Al-Monitor. [16] A Palestinian and an Israeli bereaved in violence make the case for peace, The Forward. [17] Ibidem. [18] Two friends, an Israeli and a Palestinian, believe peace is possible after war, NPR. [19] An Israeli and a Palestinian activist share a vision for peace in Gaza, NPR/Fresh Air. [20] A Palestinian and an Israeli bereaved in violence make the case for peace, The Forward. [21] After losing loved ones, an Israeli and a Palestinian work together for Middle East peace, NPR. [22] A Palestinian and an Israeli bereaved in violence make the case for peace, The Forward. [23] Ibidem. [24] Ibidem. [25] Peace Index, marzo 2026, Israel Democracy Institute / Tel Aviv University, en-social-sciences.tau.ac.il. [26] Peace a Distant Prospect for Israelis and Palestinians, Gallup, news.gallup.com. [27] ‘Blood only brings more blood’, CNN. [28] ‘Don’t give up on us now’: Israel peace summit convenes thousands to aim for elusive progress, The Forward. [29] Ibidem. [30] France to host international meet on Israeli-Palestinian conflict in June, Arab News. [31] ‘Don’t give up on us now’, The Forward; Thousands join Tel Aviv peace summit as activists push for post-war political reset, Jewish News. [32] Thousands join Tel Aviv peace summit, Jewish News. [33] ‘Don’t give up on us now’, The Forward. [34] Ibidem. [35] Ibidem. [36] ‘Here is where hope lies’, 972 Magazine; 2026 Joint Memorial Day Ceremony, Combatants for Peace, cfpeace.org. [37] ‘Blood only brings more blood’, CNN. [38] A Palestinian and an Israeli bereaved in violence make the case for peace, The Forward.

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