
Il volo decolla da Nairobi alle tre di notte. Dancan Chege [1] è seduto vicino al finestrino con una valigia nuova che sua moglie ha comprato al mercato la settimana prima e che adesso non sa se rivedrà. Ha trent’anni, un figlio piccolo, e un contratto di lavoro che qualcuno gli ha messo in mano tre giorni fa spiegandogli che si trattava di un’occasione rara: camionista in Russia, consegne ai depositi militari, niente di pericoloso, uno stipendio che qui a Kimende non riuscirebbe a guadagnare in sei mesi. Il volo fa scalo a Istanbul. Da Istanbul si va a Mosca. Chege guarda dal finestrino il buio sopra il Mediterraneo e pensa che tutto sommato le cose stanno andando bene.
Non sa ancora, in quel momento, che i suoi vestiti civili verranno bruciati.
Kimende è una cittadina nella contea di Kiambu, poco a nord di Nairobi, nella parte centrale del Kenya. Non è un posto che compare sulle mappe dei conflitti internazionali. Non è un posto che si trova nei dispacci di guerra. È un posto dove si vendono verdure fresche al mercato, dove i camion partono all’alba verso la costa, dove i giovani crescono guardando le opportunità che esistono altrove e cercano il modo di raggiungerle. Chege faceva il camionista: portava le verdure da Kimende a Mombasa lungo la A109, la strada che attraversa il parco nazionale di Tsavo e che in certi tratti d’estate scotta di calore e polvere rossa. Poi aveva perso il lavoro. Come altri. Come molti.
Il Kenya ha una delle economie più dinamiche dell’Africa orientale, ma ha anche un tasso di disoccupazione che, nella definizione allargata che include i sottoccupati e chi ha rinunciato a cercare lavoro, supera il sessantasette per cento tra i giovani. [2] Ogni anno oltre un milione di giovani kenioti si affacciano al mercato del lavoro senza alcuna qualifica. [3] Le opportunità esistono, ma sono irregolari, spesso informali, spesso lontane da casa. Il Golfo Persico è diventato negli ultimi vent’anni la destinazione naturale per chi cerca qualcosa di strutturato: conducenti, personale di sicurezza, operai. Ci vai con un visto, un contratto, un numero di telefono di qualcuno che conosce qualcuno.
Chege aveva chiesto consiglio a un amico che lavorava come autista nel Golfo. L’amico gli aveva passato il contatto di un’agente a Nairobi, una donna che si occupava di collocamento all’estero. Avevano parlato. L’agente gli aveva detto che Dubai richiedeva tempo, che le liste d’attesa erano lunghe, che avrebbe richiamato appena si fosse liberato qualcosa. Poi, due settimane dopo, aveva chiamato con un’offerta concreta: Russia. Consegne ai depositi delle caserme militari. Contratto regolare. Partenza rapida.
Tre giorni dopo quella telefonata, Chege aveva il visto e il biglietto aereo. Alle sei di mattina aveva ricevuto la chiamata da un agente russo. Alle tre di notte del giorno successivo era in volo.
Dall’altra parte della città, nel quartiere di Kamulu a Nairobi, Bibiana Wangari stava preparando le valigie di suo figlio Charles Waithaka. Trentun anni, promessa di lavoro come operatore di impianti in Russia. Mentre piegava le camicie, gli raccomandò di fare attenzione a non trasportare involontariamente cose di altri — droga, pacchi sospetti, le cose di cui si sentiva parlare quando i giovani partivano per l’estero senza conoscere bene dove andavano. Waithaka le disse di non preoccuparsi. Partì. Come Chege, fece scalo prima di volare verso Mosca — nel suo caso a Sharjah, negli Emirati Arabi.
Nelle settimane successive, Bibiana sentì alla radio locale le notizie sui giovani kenioti attirati da agenti senza scrupoli con la promessa di lavori nel Golfo e poi dirottati verso la Russia. Capì immediatamente: Charles le aveva detto che avevano fatto scalo a Sharjah. Come nella radio. Provò a chiamarlo. Non rispose più.
Alla fine di gennaio 2026, un amico di suo figlio la contattò. Charles Waithaka era morto il 27 dicembre 2025, insieme a cinque compagni, saltando su una mina antiuomo da qualche parte in Ucraina. Uno solo dei sei era sopravvissuto, perdendo una mano.
Il 6 febbraio, la famiglia celebrò un funerale senza salma nel villaggio di Mukurweini, nella contea di Nyeri. Il corpo era rimasto in Ucraina. Non c’era modo di recuperarlo.
Per capire come sia possibile che un camionista di Kimende o un operatore di impianti di Nairobi finisca in un campo di battaglia dell’Europa orientale, bisogna capire come funziona la macchina che li ha mandati lì.
La Russia combatte in Ucraina dall’invasione su larga scala del 24 febbraio 2022. In quattro anni di guerra ha accumulato perdite che non hanno precedenti nelle guerre combattute da una potenza maggiore dalla Seconda guerra mondiale: secondo il Center for Strategic and International Studies di Washington, le forze russe hanno subito quasi 1,2 milioni di vittime tra morti, feriti e dispersi dall’inizio del conflitto fino alla fine del 2025, con una media di circa 35.000 al mese solo nel 2025. [4] Numeri che la Russia non conferma né smentisce ufficialmente, perché le statistiche militari sono classificate, ma coerenti con le stime di vari governi occidentali e di intelligence indipendente.
Per rimpiazzare queste perdite, il Cremlino ha usato ogni risorsa disponibile: mobilitazione forzata, reclutamento nelle prigioni con promesse di libertà, dispiegamento di soldati nordcoreani — oltre 12.000 dall’autunno 2024 secondo il Consiglio per le relazioni estere americano. [5] E poi, con crescente sistematicità, ha aperto le reti di reclutamento verso l’Africa.
Il meccanismo funziona così, come ricostruito dal Foreign Policy Research Institute: il reclutatore non propone mai il servizio militare direttamente. Propone un lavoro civile — autista, elettricista, idraulico, guardia di sicurezza, operatore di impianti. Il contratto viene fatto firmare in russo, senza traduzione, spesso senza che il candidato capisca cosa sta sottoscrivendo. Solo dopo l’arrivo in Russia, le promesse di lavoro civile evaporano. [6]
L’offerta standard, documentata dall’intelligence ucraina, include un bonus alla firma e uno stipendio mensile di circa 2.200 dollari. [7] Per dare un termine di paragone: il reddito pro capite annuo in Kenya è di circa 2.200 dollari. [8] Un mese di stipendio russo equivale al reddito medio annuo di un keniota. Per un giovane uomo che può passare mesi a cercare lavoro senza trovarlo, quei numeri non suonano come una truffa. Suonano come una svolta.
Chege era in Russia da una settimana quando capì.
L’addestramento era durato sette giorni. Poi lo avevano messo su un autobus verso ovest. In Ucraina c’era una base. Lì gli avevano dato un’uniforme completa da combattimento e avevano bruciato i suoi vestiti civili. Aveva incontrato altri africani — ugandesi, altri kenioti — e insieme avevano capito che la stessa storia era capitata a tutti.
Quando aveva provato a chiedere al comandante di essere esonerato, la risposta era stata semplice. Non era una risposta con molte parole. Il suo istruttore gliel’aveva già detto nei giorni precedenti con chiarezza: questo è l’esercito russo, e una volta dentro, o combatti o muori.
Venne mandato nella zona gialla, poi nella zona rossa. L’istruttore li aveva avvertiti che avrebbero visto cadaveri. Chege vide migliaia di cadaveri ammassati a formare quello che descrisse come un muro. Tre dei sei amici con cui era partito morirono colpiti da un drone. Chiamò la moglie e le disse che se si fosse disconnesso avrebbe significato che era morto.
Dopo una settimana di combattimenti, decise che l’unica via d’uscita era fingere un esaurimento nervoso. Sparò a vuoto nel bosco fino a esaurire tutti e dodici i caricatori, poi raccolse i bossoli da terra e li mangiò, parlando tra sé come se stesse perdendo il senno. I compagni lo riportarono alla base. Fu ricoverato in un ospedale militare psichiatrico. Con l’aiuto di un soldato russo degente, riuscì a procurarsi un telefono. Chiese alla sua famiglia di mandargli foto false di un incidente stradale — moglie e tre figli morti. Mostrò le foto al medico. Ottenne un permesso speciale. Raggiunse l’ambasciata keniota. Tornò a Nairobi. [9]
Il mese successivo era a Kimende, seduto in salotto con gli stivali militari russi ancora in un angolo della stanza.
Chege era uno dei pochi. Gli altri, nella maggior parte dei casi, non tornavano.
Patrick Kwoba aveva trentanove anni e faceva il carpentiere. Aveva visto un amico africano che aveva prestato servizio nell’esercito russo e sembrava stare bene — soldi, telefono nuovo, vestiti comprati fuori. Aveva pagato a un agente keniota circa 620 dollari di costi di procedura — una cifra che per un carpentiere non è piccola — dopo che gli era stato promesso un bonus alla firma e un incarico non di combattimento. Aveva ricevuto tre settimane di addestramento. Era stato mandato in Ucraina. «I quattro mesi che ho passato lì sono stati l’inferno», ha detto alla CNN dopo il rientro a Nairobi. [10]
Oscar Agola Ojiambo aveva trentadue anni. Aveva raggiunto il fronte in giugno 2025. I suoi comandanti avevano comunicato alla famiglia che era morto il 14 agosto 2025. La famiglia aveva saputo solo in gennaio 2026, cinque mesi dopo. Il governo russo non aveva comunicato nulla ai parenti. [11]
Il Kenya è il caso più documentato, ma non è isolato. Il Camerun aveva avuto così tanti militari che avevano abbandonato i ranghi per arruolarsi in Russia che il proprio Ministero della Difesa aveva emesso un ordine che vietava agli ufficiali di viaggiare all’estero senza autorizzazione speciale. Il Ghana, il Sudafrica, l’Uganda e il Senegal figuravano tra i principali paesi di provenienza. [12]
Il 19 febbraio 2026, un rapporto del National Intelligence Service keniota presentato al parlamento rivelò che oltre 1.000 kenioti erano stati reclutati per combattere nella guerra Russia-Ucraina. [13] Il leader della maggioranza Kimani Ichung’wah disse in parlamento che i kenioti venivano reclutati con promesse di lavoro qualificato e che ricevevano «una pistola e venivano mandati a morire». «Nessuno nell’esercito forma le persone per tre settimane», disse. «Alcuni hanno avuto solo nove giorni di preparazione», [14]
L’ambasciata russa a Nairobi respinse le accuse definendole una «campagna di propaganda pericolosa e fuorviante», precisando di non aver mai emesso visti a kenioti con la dichiarata intenzione di combattere in Ucraina. [15]
Quel 19 febbraio, decine di famiglie scesero in piazza davanti all’ambasciata russa a Nairobi, con fotografie dei loro cari in mano.
Il 16 marzo 2026, il primo segretario di gabinetto del Kenya Musalia Mudavadi arrivò a Mosca — era il primo leader politico keniota a visitare la Russia dall’inizio dell’invasione su larga scala. Strinse la mano a Sergej Lavrov davanti alle telecamere. Annunciò un accordo: la Russia si sarebbe impegnata a non reclutare più cittadini kenioti. Lavrov non menzionò l’accordo nelle sue dichiarazioni pubbliche. Disse soltanto che la Russia non costringe nessuno ad arruolarsi. [16]
Ci sono cose che si capiscono guardando i numeri della guerra e cose che si capiscono solo guardando le persone.
I numeri dicono che nei primi mesi del 2025 le perdite russe erano di oltre 100.000. Che il tasso mensile si assestava intorno ai 35.000. Che le riserve interne si stavano assottigliando: il Cremlino puntava a reclutare oltre 1.100 uomini al giorno nel 2026, ma la cifra effettiva era scesa a circa 940 — sotto la soglia di sostenibilità operativa secondo gli analisti. [17] L’Africa, in questo contesto, non è una scelta ideologica ma una scelta matematica. Ha una delle popolazioni giovanili in più rapida crescita del mondo. Ha tassi di disoccupazione strutturalmente alti. Ha reti di migrazione consolidate che le reti di reclutamento russo hanno imparato a infiltrare.
Come ha detto Andrew Franklin, analista della sicurezza con base a Nairobi, in un’intervista ad Al Jazeera: «Quello che l’esercito russo cerca sono corpi. Solo corpi per riempire i vuoti nelle fila e fare andare avanti la guerra.» [18]
I reclutatori non cercano soldati. Cercano persone disoccupate con un passaporto.
Dopo la morte di Charles Waithaka, Bibiana Wangari disse ai giornalisti di Al Jazeera: «Avrei preferito che avesse della droga nella valigia. Lo avrebbero arrestato all’aeroporto. Lo vedrei in prigione, ma vivo.» [19]
È una frase che vale la pena fermarsi a sentire. Non ha bisogno di commento.
Charles era partito con la valigia che sua madre gli aveva preparato, con le camicie piegate e la raccomandazione di stare attento ai pacchi degli altri. Era arrivato a Sharjah, poi a Mosca, poi da qualche parte in Ucraina dove non era riuscito a fare il lavoro che gli avevano promesso perché quel lavoro non era mai esistito. Il 27 dicembre aveva calpestato una mina antiuomo. I suoi vestiti civili erano stati bruciati mesi prima.
Al funerale senza salma a Mukurweini, un sacerdote cattolico aveva guidato la preghiera accanto a una tomba vuota. Il corpo non si recuperava. Servivano accordi diplomatici per questo, e gli accordi diplomatici si facevano tra stati che avevano interesse a farli. La Russia non aveva quell’interesse. Forse non aveva nemmeno tenuto il conto.
Chege è tornato a Kimende. Gli stivali militari russi sono ancora in un angolo della stanza. Nelle notti in cui c’è segnale, i telefoni di altri kenioti in Ucraina squillano a casa. Le famiglie non possono sapere se sarà l’ultima chiamata o la penultima. Quando la voce arriva, fanno finta che vada tutto bene, perché è quello che si fa. Quando non arriva, aspettano ancora. A volte aspettano per mesi prima di sapere.
Bibiana Wangari ha aspettato cinque mesi.
Fonti
[1] ‘You either fight or die’: Kenyans tricked into joining Russia-Ukraine war, Al Jazeera. [2] Youth Employment, Federation of Kenya Employers (FKE). [3] Ibidem. [4] Russia’s Grinding War in Ukraine, Center for Strategic and International Studies (CSIS). [5] Comparing the Size and Capabilities of the Russian and Ukrainian Militaries, Council on Foreign Relations. [6] False Promises: Russian Military Trafficking in Africa, Foreign Policy Research Institute (FPRI). [7] Africans by 2200: Russia steps up mercenary recruitment for the war against Ukraine, Main Directorate of Intelligence of the Ministry of Defence of Ukraine (HUR). [8] World Development Indicators — GDP per capita, Kenya, Banca Mondiale. [9] You either fight or die: Kenyans tricked into joining Russia-Ukraine war, Al Jazeera. [10] You escape, or you die: African men say Russia duped them into fighting in Ukraine, CNN. [11] Given a gun and sent to die: Kenyans lured to fight for Russia in Ukraine, NPR. [12] Ukraine says Russia is recruiting African mercenaries to fight in its war, PBS NewsHour. [13] 1,000 Kenyans were recruited to fight for Russia in Ukraine, intelligence report says, NPR. [14] Given a gun and sent to die: Kenyans lured to fight for Russia in Ukraine, NPR. [15] You either fight or die: Kenyans tricked into joining Russia-Ukraine war, Al Jazeera. [16] Kenya and Russia agree no Kenyans will be recruited for Ukraine war, Al Jazeera. [17] Ukraine drives record Russian losses as troop deaths outpace recruitment, LBC. [18] You either fight or die: Kenyans tricked into joining Russia-Ukraine war, Al Jazeera. [19] Ibidem.
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