Carl von Ossietzky, il giornalista che sfidò Hitler

Carl von Ossietzky mentre osserva una marcia con fiaccole nella Berlino degli anni ’30, simbolo dell’ascesa del nazismo guidato da Adolf Hitler e del clima di repressione contro il dissenso.

Puntata 1 di 6 — Il premio

Berlino-Charlottenburg, ospedale Westend, novembre 1936

Il soffitto ha una crepa che parte dall’angolo sinistro e arriva quasi fino al centro.

La guardo da giorni. Non perché sia interessante — non lo è — ma perché è lì, è ferma, e in questo posto è una delle poche cose su cui posso posare gli occhi senza che qualcuno decida cosa devo vedere. La finestra dell’ospedale Westend ha le sbarre. La guardia cambia alle sei e alle diciotto. I medici arrivano la mattina e non sempre tornano il pomeriggio. La crepa invece è sempre là, inalterata, come se le pareti almeno fossero ancora mie.

Stamattina è entrato qualcuno che non avevo mai visto. Non una guardia, non un medico — qualcuno con un cappotto e una cartella e un’aria da funzionario che deve consegnare una notizia senza sapere bene come prenderla lui stesso. Si è fermato vicino al letto. Ha detto che il Comitato norvegese aveva assegnato il Premio Nobel per la Pace 1935 a Carl von Ossietzky. [1]

Ha fatto una pausa. Forse si aspettava qualcosa — una reazione, una domanda, un gesto.

Non ho detto niente.

Ho guardato la crepa nel soffitto.

Fuori dalla finestra Berlino fa i suoi rumori — tram, voci, qualcuno che scarica qualcosa in strada. Una città normale che vive la sua giornata normale. E io sono qui, in questo letto d’ospedale, con una guardia fuori dalla porta e la tubercolosi nei polmoni e un corpo che tre anni di campi hanno ridotto a qualcosa che quasi non riconosco, e penso a una frase che ho scritto cinque anni fa su un foglio bianco in una redazione che adesso non esiste più.

Ma chi è, questo Adolf Hitler?

L’ho scritta in un pomeriggio di primavera del 1931, in quella redazione della Weltbühne che odorava di inchiostro e sigarette fredde, con le maniche della camicia arrotolate e una matita consumata tra le dita. L’ho scritta e l’ho mandata in stampa senza esitare, perché mi sembrava la domanda più ovvia del mondo — quella che nessuno stava facendo ad alta voce. Quanto deve essere grande la degenerazione intellettuale di un popolo che in questo codardo vede un capo, e in questo capo una personalità da imitare? [2]

Adesso so la risposta.

La risposta è fuori da quella finestra. È nei tram e nelle voci e nel rumore di qualcuno che scarica qualcosa in strada. È in ogni persona che passa sotto questo ospedale senza sapere — o senza voler sapere — che al quarto piano c’è un uomo con una guardia fuori dalla porta e un Nobel che non può ritirare.

Il funzionario è ancora lì, in piedi vicino al letto, con i suoi fogli e la sua aria da chi aspetta. Gli dico che ho sentito. Gli dico che capisco.

Se ne va.

La crepa nel soffitto è sempre la stessa.

Chiudo gli occhi. E la memoria, come fa ormai da mesi in questo letto, comincia da sola il suo lavoro. Torna sempre allo stesso punto di partenza. Amburgo. Il Gängeviertel. L’odore del latte e del pane e della strada bagnata d’autunno.


Puntata 2 di 6 — Amburgo

Amburgo, Gängeviertel, 1889–1913


Il Gängeviertel era un labirinto di cortili e vicoli stretti nel cuore di Amburgo, dove le case si toccavano quasi ai piani alti e la luce del sole arrivava solo a tratti, obliqua, per poche ore al giorno. [3]

Mio padre era morto quando avevo due anni. Lavorava come stenografo per un senatore — Max Predöhl, quello stesso senatore che poi, per senso di colpa o di dovere, si sarebbe preoccupato della mia istruzione — e gestiva anche una piccola bottega di latte. Poco denaro, molto lavoro, poca luce. Mia madre Rosalie era una donna protestante e determinata che dopo la morte di mio padre aveva fatto di tutto per tenerci a galla, finché non aveva sposato Gustav Walther, un socialdemocratico con la barba grigia e un’opinione precisa su tutto. [4]

Con Gustav sono andato alle riunioni dell’SPD. Avevo dieci anni, undici, dodici — non capivo gran parte di quello che si diceva, ma capivo il tono. Capivo che quelle persone credevano che il mondo potesse essere diverso da com’era, e che valesse la pena passare una serata a dirlo ad alta voce. Ho visto parlare August Bebel una volta, il presidente del partito — un uomo anziano con una voce che riempiva la stanza senza alzarla mai. [5] Ho pensato: ecco cos’è un giornalista. Qualcuno che trova le parole giuste per le cose che la gente sa già ma non riesce a dire.

Non ero un buon studente. La matematica era un disastro. La storia e la letteratura invece mi prendevano — saltavo la scuola per stare a leggere Schiller, Goethe, Hölderlin, nascosto da qualche parte dove non mi trovassero. [6] Ho provato due volte l’esame di Stato per la licenza media e l’ho fallito entrambe le volte. Alla fine ho trovato un posto all’ufficio del catasto di Amburgo, per intercessione del senatore Predöhl — uno di quegli impieghi grigi e silenziosi che ti danno giusto abbastanza da non morire di fame.

Lavoravo di giorno e la sera andavo agli eventi culturali e politici di cui Amburgo era piena in quegli anni. Nel 1908 mi ero iscritto alla Deutsche Friedensgesellschaft — la Società tedesca per la pace. Avevo diciannove anni e pensavo che il pacifismo fosse una posizione ragionevole, quasi ovvia, per chiunque avesse occhi per vedere dove stava andando il mondo. [7]

Nel 1911 ho mandato il mio primo articolo a Das freie Volk, il settimanale della Demokratische Vereinigung. Lo hanno pubblicato. Ho scritto un altro articolo. Lo hanno pubblicato anche quello. Ho capito che potevo farlo — che le parole che avevo in testa potevano uscire su una pagina e che qualcuno le avrebbe lette.

Quell’anno ho conosciuto Maud.

Era una donna minuta con degli occhi marroni enormi e un modo di guardare le cose che sembrava sempre sul punto di smontarle per vedere come erano fatte dentro. Figlia di un ufficiale coloniale britannico, pronipote di una principessa indiana di Hyderabad — una storia che sembrava inventata ma era vera. Era stata nella corrente suffragista inglese prima di venire ad Amburgo. Parlava quattro lingue. Aveva opinioni su tutto e non aveva paura di dirle. [8]

Ci siamo sposati nel 1913. Lei dava lezioni di inglese per mantenerci mentre io lasciavo il catasto per fare il giornalista a tempo pieno. Non era un piano solido. Era l’unica cosa che aveva senso fare.

Adesso, in questo letto d’ospedale, penso spesso ad Amburgo. Non perché fosse un posto particolarmente felice — era grigio, era povero, era stretto. Ma era il posto dove ho capito per la prima volta che le parole hanno un peso. Che scriverle o non scriverle non fa lo stesso. Che qualcuno deve farlo, e che se non lo fai tu, non lo fa nessun altro al posto tuo.

Quella convinzione mi ha portato fin qui — in questo letto, con questa guardia fuori dalla porta.

Non so se era la scelta giusta.

So che era l’unica scelta che potevo fare.


— Continua — Puntata 3 la prossima settimana


Note

[1] L’ospedale e il Nobel. Nel 1934 la prima candidatura di Carl von Ossietzky al Nobel fallì per motivi formali, ma portò l’attenzione internazionale sulla sua detenzione in campo di concentramento. Nel 1935 una rete di sostenitori avviò una campagna internazionale più cauta, mentre Ossietzky restava prigioniero; le pressioni del regime nazista impedirono l’assegnazione del premio quell’anno. Nel 1936, trasferito dal campo a un ospedale di Berlino sotto sorveglianza, il Comitato norvegese gli assegnò il Nobel per la Pace 1935 in modo retroattivo. Fonte: The Multinational Campaign for Carl von Ossietzky, Irwin Abrams.

[2] L’articolo su Hitler. La frase «Ma chi è questo Adolf Hitler? Quanto deve essere grande la degenerazione intellettuale di un popolo che in questo codardo vede un capo, e in questo capo una personalità da imitare?» fu pubblicata sulla Weltbühne nel 1931. Fonte: Carl von Ossietzky, Holocaust Encyclopedia.

[3] Il Gängeviertel. Il quartiere operaio dove nacque e crebbe Ossietzky — un dedalo di cortili e vicoli nel centro di Amburgo, demolito in gran parte nei decenni successivi. Fonte: Carl von Ossietzky Biografie: Erste Jahre und Liebe zu Maud Hester Lichfield-Woods (1889–1914), carl-ossietzky.de.

[4] La famiglia. Il padre di Ossietzky, Carl Ignatius, morì quando il bambino aveva due anni. Il senatore Max Predöhl, per cui aveva lavorato come stenografo, si occupò in seguito dell’istruzione del ragazzo. La madre Rosalie sposò in seconde nozze Gustav Walther, socialdemocratico. Fonti: Carl von Ossietzky Biografie, carl-ossietzky.de; Carl von Ossietzky — Biographical, The Nobel Prize; Ossietzky Carl von, deutsche-biographie.de.

[5] August Bebel. Nel 1927 Ossietzky scrisse sulla Weltbühne di Bebel come di qualcuno che era «più che un membro del Reichstag e leader di partito con atteggiamento dittatoriale: era il prescelto del popolo, presidente di una repubblica tedesca invisibile, l’anti-imperatore delle masse». Fonte: August Bebel, Jürgen Schmidt.

[6] La formazione. Ossietzky non completò la scuola dell’obbligo e fallì due volte l’esame di Stato. Preferiva leggere i classici tedeschi — Schiller, Goethe, Hölderlin — piuttosto che frequentare le lezioni. Fonte: Carl von Ossietzky Biografie, carl-ossietzky.de.

[7] Il pacifismo. Ossietzky si iscrisse alla Deutsche Friedensgesellschaft nel 1908, a diciannove anni. Fu uno dei suoi impegni più duraturi. Fonte: Carl von Ossietzky Biografie, carl-ossietzky.de.

[8] Maud. Maud Lichfield-Woods era figlia di un ufficiale coloniale britannico e pronipote di una principessa indiana di Hyderabad. Suffragista, poliglotta, rimase accanto a Ossietzky per tutta la durata della sua prigionia. Fonte: The Good Traitor, Atavist Magazine.

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