
Il televisore è un Samsung da ventiquattro pollici che il proprietario del bar ha comprato di seconda mano da un importatore di Sandaga. Ha una crepa sul bordo in basso a sinistra, sul vetro, che non compromette niente ma che tutti hanno imparato a non guardare. Ibrahima l’ha imparato la prima volta che è venuto qui, l’estate scorsa, per una partita del campionato francese che trasmettevano in differita: se guardi la crepa, perdi il filo. Ti metti a fissare quella linea sottile nel vetro e poi ti accorgi che in campo è già successo qualcosa e non hai visto.
Il bar si chiama bar de la Mer anche se il mare non si vede. Siamo nel quartiere de la Médina, a Dakar, in un vicolo che porta il nome di una via ma che sulla targa ha solo un numero stinto che nessuno usa per orientarsi. Tra un deposito di pneumatici e una piccola moschea di mattoni intonacati di giallo che viene ristrutturata dal 2022 e probabilmente verrà ristrutturata ancora a lungo. Al bar ci sono sette sedie di plastica arancione, tre delle quali hanno qualche crepa anche loro, un banco con le bottiglie di Fanta e di Kirène, e il televisore agganciato in alto con un sistema di fili e graffe che nessuno ha mai voluto toccare per paura di fargli fare la stessa fine del bordo in basso a sinistra.
Il proprietario si chiama Pape Diallo. Ha quarantasei anni, una moglie, tre figli, e un nipote che vive con lui da quando il fratello è partito per la Spagna nel 2021. Pape non ha mai voluto andarsene. Dice che il Senegal è il Senegal e che lui ci è nato e ci morirà. Ma quando dice così c’è qualcosa nel modo in cui stringe le mani sul banco che fa capire che la questione non è chiusa del tutto.
Ibrahima ha quattordici anni. Viene al bar de la Mer quasi ogni sera che c’è una partita da vedere, e a volte anche quando non c’è niente in programma, perché il bar è caldo quando fa freddo la notte, che qui a Dakar a dicembre può fare fresco, e perché a casa sua il televisore si è rotto nel settembre scorso e non ci sono i soldi per ripararlo. Sua madre si chiama Mariama. Vende pesce essiccato — thiof essiccato, sardinelle, cefali— al mercato di Tilène, dove arriva alle cinque e mezza del mattino quando fa ancora buio e torna a casa alle due del pomeriggio con i piedi gonfi e le mani che puzzano di sale e di mare. Cuoce il riso, mangia, dorme un’ora. Poi si alza e fa le cose della casa fino a sera. Suo padre si chiama Saliou. È in Italia dal 2019, in una città che si chiama Brescia, nella pianura padana, dove d’inverno c’è la nebbia e d’estate fa un caldo che non è il caldo del Senegal — è un caldo umido, dice, che ti si attacca alla pelle in modo diverso. Lavora in un magazzino di logistica, di notte, a spostare scatoloni. La mattina dorme. Il pomeriggio a volte fa qualche lavoretto. Chiama ogni due settimane, a volte meno, perché il tempo scorre in modo strano quando sei lontano — ti sembra di aver chiamato ieri e invece sono passati venti giorni. Quando chiama, Ibrahima gli racconta del calcio. È l’argomento più facile, quello che riempie il silenzio transatlantico senza bisogno di spiegazioni. Suo padre conosce i giocatori, segue il Senegal anche dall’Italia, guarda le partite su uno dei tanti canali streaming che hanno messo su con altri senegalesi nella stessa stanza. E quando parlano di calcio — di Mané, di Koulibaly, di chi è titolare e chi ha la caviglia a posto — sembra che la distanza si accorci un po’. Non sparisce. Ma si accorcia.
Sadio Mané è nato il 10 aprile 1992 a Bambali, un villaggio di poche centinaia di persone nella regione di Sédhiou, nel Senegal meridionale. Suo padre era l’imam del villaggio. È morto quando Mané aveva sette anni. Da quel momento in poi Mané è cresciuto in una famiglia che non aveva molto, in un posto che non aveva niente — niente nel senso che manca in quasi tutte le statistiche sul Senegal rurale: niente ospedale vicino, niente scuola superiore, niente lavoro strutturato. Solo terra, bestiame, e il sogno che qualcuno di quei ragazzi che correvano con un pallone sgonfio nel cortile di terra battuta potesse arrivare da qualche parte. Ibrahima conosce questa storia nei dettagli che interessano a un quattordicenne: sa che Mané ha giocato nel Génération Foot, l’accademia calcistica di Dakar che ha sfornato decine di giocatori professionisti senegalesi, e poi nel Metz in Francia, poi nel Red Bull Salisburgo in Austria, e poi al Southampton in Inghilterra. Sa che da lì è passato al Liverpool, dove per cinque anni è stato tra i tre o quattro attaccanti più forti del mondo. Sa che con il Liverpool ha vinto la Premier League, la Champions League, il Mondiale per Club. Sa che nel 2022 ha vinto il CAF Award — il Pallone d’Oro africano — per la seconda volta. Ma quello che Ibrahima sa meglio di tutto, perché glielo hanno raccontato e lo ha visto nei video clip che circolano su WhatsApp, è quello che Mané ha fatto con il Senegal. Ha trascinato la nazionale per anni, in un calcio africano che non sempre viene visto come merita. Ha partecipato alla Coppa d’Africa del 2019 in Egitto, dove il Senegal è arrivato in finale e ha perso: uno a zero contro l’Algeria, gol nei primi minuti, e poi il rimpianto. Nel 2021, in Camerun, la rivincita: il Senegal è arrivato di nuovo in finale, stavolta contro l’Egitto, e stavolta ha vinto. Ai rigori. In quella finale del 2021 è successa una cosa che Ibrahima ha visto e rivisto: Mané, nel primo tempo, ha sbagliato un rigore. Un rigore in una finale di Coppa d’Africa. Ma il Senegal ha continuato a giocare, ha tenuto duro, è arrivato ai rigori. E ai rigori Mané ha calciato di nuovo — quello decisivo — e ha segnato.
Ibrahima pensa a questa storia spesso. Non è una storia di talento — be’, anche quello — ma è una storia di non mollare dopo aver già sbagliato davanti a tutti. È la parte che gli sembra più vera. La parte che pensa di poter capire. Nel 2022, dopo la conquista della Coppa d’Africa, il Bayern Monaco ha acquistato Mané dal Liverpool per circa quaranta milioni di euro. Una cifra che Ibrahima non riesce a visualizzare — quaranta milioni di euro in un Paese dove il reddito pro capite è meno di milleseicento dollari l’anno. [1] Al Bayern le cose non sono andate benissimo. Poi Mané è passato all’Al-Nassr, in Arabia Saudita, dove guadagna una cifra che neanche si riesce a immaginare, e dove gioca con Cristiano Ronaldo nella stessa squadra. Questo agli occhi di Ibrahima ha qualcosa di cosmico: due dei quattro o cinque giocatori più forti della sua generazione, atterrati nello stesso posto nel deserto arabico, a giocare davanti a stadi che qualche anno fa non esistevano. Ha trentatré anni, Mané. All’Al-Nassr gioca bene, segna, corre come ha sempre corso. Ma la vera partita, per Ibrahima, è sempre quella con la maglia del Senegal addosso. Il torneo è iniziato il 21 dicembre 2025, in Marocco. Avrebbe dovuto giocarsi in Guinea, ma la Guinea non era pronta — troppo poco tempo, troppa poca organizzazione, le infrastrutture che non tenevano il passo con le ambizioni dichiarate — e alla fine il Marocco ha preso in mano la situazione, come già aveva fatto in passato. [2]
Ibrahima non capisce bene tutti questi meccanismi — i comunicati della CAF, le sessioni di voto straordinarie, i commissari che ispezionano gli stadi — ma capisce il risultato: il torneo si gioca in Marocco, che è anche una delle favorite, e molti senegalesi non sono contenti di questo abbinamento. In questi giorni di dicembre Dakar ha l’aria delle grandi partite. Non l’aria elettrica dei mondiali, che è un’altra cosa, più grande e più rara. Ma qualcosa di simile: i colori giallo-verde del Senegal sulle magliette nei mercati, qualche bandiera appesa fuori da un negozio, i ragazzi che discutono di formazioni ai bordi delle strade. Il calcio in Senegal non è uno sport: è uno dei pochi posti in cui il Paese si riconosce tutto insieme, indipendentemente da dove sei nato, da quale etnia hai, da quanto hai in tasca. Ibrahima ha la sua maglia del Senegal — una replica, comprata da un venditore ambulante a Colobane due anni fa, già scolorita sul numero sulle spalle ma ancora buona. La indossa per guardare le partite. Non la lava troppo spesso, per paura che si deteriori ulteriormente.
Il Senegal è nel Gruppo D, con la Repubblica Democratica del Congo, il Botswana e il Benin. La prima partita è il 23 dicembre, quasi Natale — anche se il Natale in una città come Dakar, dove la popolazione è per oltre il novantaquattro per cento musulmana [3], è più un suono di sottofondo nei negozi che una festività vissuta davvero. Senegal-Botswana. Il bar de la Mer è quasi pieno: ci sono otto persone più Ibrahima, che ha occupato la sua sedia preferita, la seconda da sinistra guardando il televisore, quella da cui la crepa si vede ma non disturba. Pape Diallo ha portato due Fanta in più del solito. C’è nell’aria quella specie di eccitazione cauta che si ha all’inizio dei tornei, quando ancora tutto è possibile e niente è ancora andato storto. Il Botswana è il Botswana. Non è una cattiveria dirla così: è semplicemente che il calcio del Botswana non ha la storia né la struttura di quello senegalese, e la partita lo mostra subito. Il Senegal vince tre a zero, con due gol di Nicolas Jackson — centravanti, ventiquattro anni, del Chelsea in prestito al Bayern Monaco — e uno di Cherif Ndiaye.
Ibrahima guarda Jackson con attenzione. È ancora giovane, corre tanto, ha quella qualità di non fermarsi mai anche quando l’azione sembra chiusa. Ma non è Mané. Nessuno che Ibrahima abbia visto finora è Mané, nel modo in cui Mané è Mané: quella combinazione di velocità, tecnica, e qualcosa di quasi fisicamente rabbioso nel voler arrivare al gol. Quella sera, mentre il bar brinda con le Fanta e qualcuno racconta già la semifinale come se fosse certa, Ibrahima pensa alla chiamata di suo padre della settimana prima. Gli aveva detto che il magazzino dove lavora stava tagliando i turni notturni. Non licenziamenti, almeno per ora, ma ore ridotte. Meno soldi. Aveva detto di non preoccuparsi, con quella voce che usano i padri quando dicono di non preoccuparsi e che quindi fa preoccupare.
La seconda partita del girone è contro la Repubblica Democratica del Congo, il 27 dicembre. È una partita diversa, più complicata, più lenta. Il Congo non è il Botswana: ha una storia calcistica seria, giocatori che militano in campionati europei, e quella specie di orgoglio compresso di chi viene da un Paese enorme e enormemente maltrattato dalla storia. Al bar de la Mer, quella sera, ci sono quattro uomini congolesi che di solito non vengono. Abitano nel quartiere, lavorano — due in un’officina, uno vende scarpe al mercato, il quarto Ibrahima non sa — e quando la partita inizia si siedono insieme in fondo, vicino alla porta, come se volessero avere la via di uscita libera nel caso le cose si mettessero male. La partita finisce uno a uno.
Il Congo passa in vantaggio, il Senegal pareggia. È un risultato giusto, in qualche modo: nessuna delle due squadre ha davvero dominato. Ma è un uno a uno che scontenta tutti, perché entrambe le tifoserie avrebbero voluto di più. Quando il Congo segna, i quattro uomini in fondo al bar si alzano di scatto — non urlano, ma si alzano, stringono il pugno, si guardano — uno di loro, il più anziano, con i capelli bianchi e una camicia verde sbiadita, dice qualcosa in lingala. Rapido, come a sé stesso. Un altro, più giovane, traduce per Ibrahima che ha chiesto con gli occhi: «Dice che il Congo merita sempre di più di quello che riceve. Dice che è così dalla morte di Lumumba». Ibrahima non sa bene chi fosse Lumumba. Sa che era un leader africano, che era congolese, che era stato il primo primo ministro del Congo indipendente e che era morto ammazzato nel 1961, ancora giovane. Lo sa da un libro di storia che circolava a scuola l’anno scorso, già consumato, con alcune pagine strappate, che nessuno aveva sostituito perché i libri costano e la scuola senegalese non sempre ha i fondi per comprarli. Quello che Ibrahima ricorda della storia di Lumumba non è il nome o le date: è il senso generale, l’impressione di fondo. Che qualcuno che aveva ragione è stato fermato da qualcuno che aveva più potere. Che è andata male quando avrebbe potuto andare bene. Che certi paesi portano dentro di sé una perdita che non è mai finita davvero. Quella notte, mentre torna a casa camminando nel buio del vicolo — le luci stradali in questo tratto non funzionano da mesi — Ibrahima pensa all’uomo con la camicia verde. Alla sua faccia quando il Congo ha segnato. A come ci vorrà ancora tanto, per il Congo, per arrivare da qualche parte. E poi pensa che forse è la stessa cosa per il Senegal, e forse per ogni Paese che sta da questa parte del mondo e che guarda gli altri da lontano.
La terza partita del girone è il 30 dicembre. Senegal-Benin. Ibrahima arriva al bar de la Mer alle diciotto, due ore prima del fischio d’inizio, perché non vuole rischiare di non trovare posto. Si siede sulla sua sedia e aspetta che arrivino gli altri. Il Senegal vince tre a zero. Ma la partita ha un momento brutto: Kalidou Koulibaly, il capitano, prende il secondo giallo nella ripresa e viene espulso. Koulibaly ha trentaquattro anni, gioca nell’Al-Hilal in Arabia Saudita, e per il Senegal è da anni quello che tiene tutto insieme in difesa — grande, solido, uno che quando segna di testa sembra che la palla non abbia scelta. Salterà gli ottavi per squalifica.
Alla fine della partita, mentre il bar svuota lentamente, Ibrahima resta seduto sulla sua sedia arancione. La vittoria è lì — tre a zero, primo posto nel girone — ma il pensiero di Koulibaly assente agli ottavi rimane, come un’ombra sottile sulla soddisfazione. Pape Diallo spegne una delle luci, segnale che è ora di andare. Ibrahima non si muove subito. Fuori, nel vicolo, si sente già qualche petardo sparato in anticipo: manca poco a capodanno, e il quartiere de la Médina ha i suoi modi di prepararsi.
Alla mezzanotte del 31 dicembre, mentre fuori dal bar qualcuno spara petardi e dal minareto della moschea gialla arriva la voce dell’imam, Ibrahima è ancora seduto sulla sua sedia arancione. Pape Diallo ha tirato fuori dal frigo una bottiglia di succo di bissap — il succo di ibisco color porpora che si beve in Senegal alle cerimonie e alle feste — e ha riempito i bicchieri di tutti. Ibrahima tiene il bicchiere tra le mani e guarda il televisore spento. Koulibaly mancherà, ma il Senegal è primo nel girone. È capodanno. Il Senegal è primo nel girone, in Marocco si sta giocando il torneo, e domani mattina Mariama si alzerà alle cinque e mezza per andare al mercato perché il lavoro non aspetta i capodanni.
Il Senegal è una delle economie in più rapida crescita dell’Africa occidentale. Nel 2025 il PIL è aumentato di quasi l’8%, sospinto dalla prima annata piena di produzione petrolifera e del gas. [4] Ma circa la metà della popolazione è multidimensionalmente povera, secondo l’indice UNDP. [5] Il tasso di disoccupazione ufficiale in senso stretto è intorno al cinque per cento, ma il tasso allargato — che include chi ha rinunciato a cercare lavoro e i sottoccupati del settore informale — supera il venti per cento secondo la metodologia dell’agenzia statistica nazionale ANSD. Per i giovani tra i quindici e i venticinque anni, secondo la stessa rilevazione, la quota sale a circa il trentaquattro per cento. [6] In un Paese dove il settore informale assorbe la maggior parte dell’occupazione – fonte International Labour Organization – la disoccupazione vera è difficile da misurare con un solo numero.
Ibrahima ha quattordici anni e non lavora, va ancora a scuola. Ma sa già come funzionerà, se non succede qualcosa. Lo vede nei ragazzi del quartiere che hanno cinque, sei, sette anni più di lui e che stanno fermi — non perché non vogliano fare niente, ma perché non c’è niente da fare. Il venti per cento della forza lavoro senegalese dipende dall’agricoltura, e l’agricoltura dipende dalle piogge, e le piogge cambiano, e la desertificazione avanza da nord verso sud ogni anno un po’. [7] I pescatori del quartiere costiero dicono che il pesce è diminuito, che le flotte straniere — europee, asiatiche — sono le vere padrone delle acque profonde, e che alle barche tradizionali restano le acque vicine alla costa, già sfruttate, già stanche. Sua madre, Mariama, vende pesce essiccato perché è quello che sa fare e perché il posto al mercato ce l’aveva già prima che suo marito Saliou partisse per l’Italia. Guadagna abbastanza per le spese di casa, i soldi delle scuole di Ibrahima, qualcosa da parte. Le rimesse che arrivano da Saliou ogni mese — quando arrivano — coprono il resto. Le rimesse degli emigrati senegalesi all’estero rappresentano circa il dieci per cento del PIL nazionale, più del doppio della media mondiale. [8]
È una delle stranezze di questi paesi: la loro economia dipende in parte dai soldi di chi se n’è andato, il che vuol dire che andarsene non è solo una scelta personale ma quasi una funzione sociale. Ibrahima pensa al padre come a qualcuno che è andato a fare una cosa necessaria. Non lo ha capito subito, quando aveva nove anni e Saliou è partito: allora aveva solo capito che suo padre non c’era. Adesso lo capisce meglio. E capisce anche che quella cosa necessaria ha un prezzo — la nebbia di Brescia, il magazzino di notte, la stanza con un altro ragazzo senegalese — che suo padre paga ogni giorno senza che nessuno lo veda.
Gli ottavi di finale arrivano ai primi di gennaio. Il Senegal affronta il Sudan il 3 gennaio, senza Koulibaly squalificato. Il Sudan è una squadra modesta, che si è qualificata tra le migliori terze del girone. Il bar de la Mer è pieno come non era mai stato durante il torneo. Ci sono due ragazzi in più rispetto alle settimane precedenti, seduti sul bordo del banco, perché non ci sono sedie. Uno di loro si chiama Ousmane. Ha sedici anni, lavora in un’officina meccanica la mattina — porta i pezzi di ricambio, tiene in ordine il magazzino, fa quello che gli dicono — e il pomeriggio è libero. Quando entra nel bar de la Mer ha già l’aria di chi ha passato la mattinata a fare qualcosa di pesante: le mani un po’ scure di grasso, anche dopo essersi lavato, e una stanchezza negli occhi che non è sonnolenza ma è un’altra cosa. Ousmane e Ibrahima si conoscono da tre anni. Vanno dallo stesso barbiere, a due strade di distanza, un uomo che si chiama Moussa e che mentre taglia i capelli racconta storie di partite di calcio degli anni ottanta, del Senegal che non era ancora quello di oggi, di quando il calcio africano sembrava ancora lontanissimo dall’Europa. Ousmane dice spesso che vuole andare in Francia. Ha un cugino di sua madre — il fratello di sua madre, in realtà, ma qui «cugino» e «zio» a volte si sovrappongono nei racconti — che lavora a Lione e che quando è tornato in visita due anni fa aveva i vestiti nuovi, un telefono ultimo modello, e storie di ristoranti e metropolitane. Ousmane ha costruito su quelle storie un’idea della Francia che è precisa nei dettagli ma probabilmente sbagliata nelle proporzioni. Non sa, per esempio, che il tasso di disoccupazione tra i senegalesi in Italia — e molto probabilmente la situazione è simile in Francia — è quasi al diciotto per cento, molto più alto rispetto alla media degli immigrati non comunitari. [9]
Non sa che trovare un posto dove dormire, i primi mesi, è già un problema. Non sa che il cugino di sua madre ha impiegato due anni a trovare un lavoro stabile e che adesso fa le pulizie notturne in un ospedale. Sa solo il telefono nuovo e le storie di ristoranti. Il sogno di Europa funziona così, e lo ha descritto meglio di chiunque altro una scrittrice senegalese nata nel 1968 a Niodior, un’isola al largo delle coste senegalesi, che si chiama Fatou Diome. Nel suo primo romanzo, uscito nel 2003 e intitolato Le Ventre de l’Atlantique, Diome racconta di una donna senegalese emigrata a Strasburgo che deve spiegare al fratello minore come funziona davvero l’Europa — non quella che lui immagina guardando i calciatori senegalesi che giocano nei campionati europei, ma quella reale, con i contratti precari e la solitudine e il senso di non appartenere mai fino in fondo a nessun posto. Il fratello non la vuole sentire. Ha già deciso che l’Europa è la soluzione. [10] Il romanzo l’ha letto poca gente, in Senegal, anche perché costa e perché è in francese e non in wolof. Ma la storia che racconta la conosce quasi tutti, perché è la storia di ogni famiglia che ha qualcuno partito e qualcuno rimasto. Quella sera, con Ousmane sul bordo del banco, il Senegal batte il Sudan tre a uno. Pape Gueye — centrocampista, ventisei anni, Villarreal — segna due volte prima dell’intervallo, e il Sudan non riesce mai a tornare davvero in partita.
È una vittoria netta, pulita, una di quelle partite che non si ricordano nel dettaglio ma che si ricorda l’atmosfera: la sala che si alza due volte, Ousmane che quasi cade dal banco al secondo gol, Pape Diallo che porta un piatto di thiéboudienne — il riso al pesce, il piatto nazionale per eccellenza — che aveva preparato a casa sua moglie e che arriva in tre scodelle di plastica ancora calde. Ibrahima mangia il riso e guarda la classifica dei marcatori sul televisore. Pape Gueye ha due gol nel torneo. Mané ne ha uno solo, ma Mané non gioca per segnare: gioca per portare la squadra da qualche parte. I quarti di finale sono il 9 gennaio. Senegal-Mali. È una di quelle partite che non sono solo una partita. Il Mali e il Senegal sono paesi vicini, confinanti, con storie intrecciate per secoli. Ci sono famiglie a Dakar con parenti a Bamako. Ci sono cognomi che si ritrovano da entrambe le parti del confine. Il calcio, in queste partite, porta con sé qualcosa che non è solo rivalità sportiva ma è anche un modo di dirsi chi si è, a chi si appartiene. Il bar de la Mer è più pieno del solito. C’è anche il nipote di Pape Diallo — il figlio del fratello partito per la Spagna — che si chiama Tidiane e ha undici anni e che di solito non viene perché le partite finiscono tardi. Ma questa sera Pape ha detto che può stare, e Tidiane è seduto in prima fila sulla sua sedia con le ginocchia strette e gli occhi fissi sul televisore come se temesse che qualcosa possa succedere se smette di guardare. Il gol di Iliman Ndiaye arriva al ventisettesimo minuto. Un gol non spettacolare: un inserimento in area, il pallone che si infila tra il portiere e il palo. Uno a zero. Il bar esplode in modo moderato — non la gioia scomposta dei gol facili, ma qualcosa di più controllato, come la soddisfazione di chi aspettava una cosa e finalmente è arrivata. Poi arriva il rosso per il maliano Bissouma, centrocampista del Tottenham. In dieci contro undici il Mali non riesce più a pareggiare. Il Senegal vince uno a zero e va in semifinale.
Quella notte Ibrahima chiama suo padre. Non era previsto — le chiamate sono ogni due settimane — ma aveva voglia di sentire la sua voce. Saliou risponde al secondo squillo, come se stesse aspettando. Parlano per dodici minuti di Ndiaye, di Bissouma, di come andrà la semifinale. Poi Saliou chiede di Mariama, Ibrahima dice che sta bene, e il silenzio che segue dura qualche secondo e vale come un intero discorso. La semifinale è il 14 gennaio. Senegal-Egitto. È la rivincita della finale del 2021: le stesse due squadre, quattro anni dopo, nello stesso torneo. Nel 2021 il Senegal aveva vinto ai rigori, e Mané aveva prima sbagliato e poi segnato il suo penalty. Adesso sono di nuovo qui.
Il bar de la Mer quella sera è strapieno. Ci sono quattordici persone, alcune in piedi lungo la parete, una seduta direttamente sul pavimento con una coperta sotto perché le sedie erano esaurite. Pape Diallo ha detto che avrebbe potuto portare altre sedie dalla stanza sul retro ma poi non l’ha fatto, forse perché c’è qualcosa nel vedere le partite importanti in piedi che sembra più giusto. La partita è tesa, difensiva, un duello tra due squadre che si conoscono benissimo e che sanno dove l’altra fa male. L’Egitto ha Mohamed Salah, che a trentatré anni gioca ancora ad altissimo livello nel Liverpool — un altro che ha fatto il percorso di Mané, Africa-Europa-consacrazione mondiale, anche se Salah è egiziano e la storia è diversa. Il Senegal tiene, risponde colpo su colpo, e al settantottesimo minuto Mané prende palla e calcia dal limite. Uno a zero. Al bar, quando la palla entra, succede una cosa strana: c’è un momento di silenzio di forse due secondi — il tempo che il cervello impiega a processare quello che ha visto — e poi esplode tutto insieme. Ousmane cade letteralmente dal banco. Tidiane, l’undicenne, urla una cosa incomprensibile. Ibrahima si trova in piedi senza sapere quando si è alzato. Mané esulta correndo verso la bandierina del corner, con le braccia aperte, e poi i compagni lo raggiungono e lo seppelliscono sotto un mucchio di maglie giallo-verde. Ha trentatré anni. In questa Coppa d’Africa si vede che ha trentatré anni — non è più il fulmine di qualche stagione fa, il modo in cui scatta è diverso — ma si vede anche qualcosa d’altro: che sa come si fa, che sa cosa significa giocare una semifinale e dove si trova il gol quando serve. Il Senegal va in finale. Nell’altra semifinale, lo stesso giorno, il Marocco elimina la Nigeria ai rigori: zero a zero dopo i novanta minuti, Marocco avanza due a quattro dal dischetto. La finale sarà Marocco-Senegal. Paese ospitante contro campione in carica. I due paesi calcisticamente più forti del continente, secondo i ranking FIFA.
La finale è il 18 gennaio, a Rabat, allo stadio Moulay Abdallah. Settantamila posti. La città di Rabat è la capitale del Marocco, un posto di palazzi ocra e mura antiche e un oceano Atlantico che si vede dall’alto della città vecchia. È lontana da Dakar — tremila chilometri, più o meno — ma quella sera è l’unico posto che conta. Al bar de la Mer ci sono tredici persone. Cinque sedute, quattro in piedi lungo la parete, due sul banco, una seduta per terra come l’altra volta, e Ibrahima sulla sua sedia, la seconda da sinistra. Qualcuno ha portato uno sgabello da casa. Pape Diallo ha messo fuori dalla porta un cartello scritto a mano su un pezzo di cartone — FINALE QUESTA SERA — che non serviva a niente perché chi doveva sapere già sapeva, ma che era lì lo stesso, come un gesto. Prima ancora di iniziare, la partita aveva già una storia. Nei giorni precedenti la finale, le cose erano andate male in modo preoccupante. La delegazione senegalese, arrivata a Rabat con il treno da Tangeri, era scesa alla stazione Agdal senza scorta né accoglienza ufficiale: una folla di tifosi — non ostile, probabilmente, solo numerosa e disorganizzata — si era riversata intorno ai calciatori, che erano riusciti a raggiungere l’autobus solo sgomitando e facendosi largo a forza. La Federazione Senegalese di Football aveva emesso un comunicato ufficiale in cui deplorò «la manifesta assenza di dispositivi di sicurezza adeguati» all’arrivo della delegazione, parlando di condizioni «incompatibili con gli standard di una competizione di questa portata». Il Marocco aveva risposto con un altro comunicato. Due documenti formali che si parlavano senza ascoltarsi. Poi erano arrivate le accuse di slealtà sportiva: la federazione senegalese aveva denunciato che il complesso di allenamento assegnatole — il Mohammed VI Football Complex — era lo stesso campo base della nazionale marocchina, e aveva formalmente rifiutato di utilizzarlo, chiedendo alla CAF una sede alternativa. [11]
Il ct Pape Thiaw, alla vigilia della partita, aveva detto ai giornalisti che «l’immagine dell’Africa è in gioco» di fronte a quanto stava accadendo, e che un torneo di quel livello non poteva essere rovinato da una cattiva organizzazione. [12] Il Marocco aveva smentito. L’aria era quella di una partita già iniziata prima del fischio d’inizio.
L’arbitro è Jean-Jacques Ndala Ngambo. È congolese. Ibrahima lo guarda entrare in campo sul televisore Samsung e pensa all’uomo con la camicia verde sbiadita che aveva detto la cosa di Lumumba. Poi smette di pensarci perché la partita inizia. I novanta minuti regolamentari passano in un modo che Ibrahima non si aspettava: lentamente. Non la lentezza di una partita brutta, ma la lentezza di una partita dove ogni azione sembra potenzialmente decisiva e quindi ogni azione viene seguita con tutta l’attenzione disponibile, il che stanca. Zero a zero, zero a zero, zero a zero. Le due squadre si studiano, si chiudono, si negano spazio a vicenda. Mané tocca pochi palloni. Hakimi — il terzino del Paris Saint-Germain, già all’Inter, il giocatore più talentuoso del Marocco — prova a inserirsi sulla fascia destra ma viene contenuto. Al bar il silenzio è di quello pesante. Si beve Kirène. Qualcuno fuma fuori e rientra con l’odore della sigaretta sui vestiti. Ousmane a un certo punto dice «devono fare qualcosa» e nessuno risponde perché è ovvio ma non aiuta. I minuti passano. Ottanta. Ottantacinque. Novanta. L’arbitro indica otto minuti di recupero. Otto minuti sono un’eternità. Al novantaduesimo, Ismaïla Sarr — attaccante del Crystal Palace, rapido, tecnico — si smarca e colpisce di testa. La palla entra.
Al bar de la Mer esplode tutto: sette persone in piedi, Tidiane che non c’è quella sera ma che Ibrahima vorrebbe avere accanto, Ousmane che grida qualcosa in wolof che non si capisce bene ma che non ha bisogno di essere capito. Poi l’arbitro Ndala fischia. Va al monitor del VAR. Guarda. Torna in campo. Annulla: fallo di Seck su Hakimi, prima del palo, prima del gol. Il bar si siede. Non c’è urlo di protesta, non c’è sfogo: c’è solo il silenzio di chi ha già visto troppe volte questa cosa e sa come finisce il momento in cui si pensa di aver vinto e invece no. Ibrahima guarda il replay sul televisore. Il contatto tra Seck e Hakimi si vede: un tocco, una spallata leggera, Hakimi che cade. Forse c’è il fallo, forse no. Sul bordo. Una di quelle cose che dipendono dall’angolo in cui le guardi. I minuti passano ancora. Novantacinque. Novantasei. Novantasette. Le squadre sembrano avviate ai supplementari. Al bar qualcuno dice: dai, ai supplementari siamo più forti, e qualcun altro dice che forse è vero. Al novantanovesimo minuto, su un calcio d’angolo del Marocco, El Hadji Malick Diouf — esterno del West Ham — e Brahim Díaz — il trequartista del Real Madrid, ex Milan, il giocatore più atteso tra i marocchini — hanno un contatto in area piccola. Brahim Díaz cade.
L’arbitro Ndala va di nuovo al VAR. Guarda a lungo, questa volta più a lungo della prima. Poi torna in campo. Fischia rigore per il Marocco. Al bar de la Mer, in quel momento, succede una cosa che Ibrahima ha difficoltà a descrivere in seguito: non è un urlo, non è una protesta. È uno strano suono basso, quasi uno schianto, come quando qualcosa cade e non c’è il rumore del vetro che si rompe ma solo il tonfo. Ousmane sbatte il palmo sul banco. Pape Diallo abbassa la testa. Un uomo che Ibrahima non conosce, in piedi vicino alla porta, dice «è casa loro» in modo molto calmo, come se stesse leggendo qualcosa scritto già da prima. Il contatto tra Diouf e Díaz è la stessa cosa di quella tra Seck e Hakimi. Un tocco, una spallata leggera, il giocatore che cade. La stessa identica intensità, vista dallo stesso identico angolo. Ma questo è rigore e quello non lo era. Ibrahima ha quattordici anni e non è un esperto di calcio nel senso tecnico, ma capisce abbastanza da capire questo. Quello che succede dopo Ibrahima lo ha rivisto molte volte, nei giorni successivi, sui video che circolavano su WhatsApp e YouTube. Ma quella sera, sul televisore Samsung con la crepa, lo ha visto in diretta, e la diretta ha una qualità diversa: non sai cosa arriva dopo. Il ct Pape Thiaw, in piedi sulla linea laterale, fa un gesto ai suoi giocatori. Non è il gesto di chi dice «calmatevi». È il gesto di chi dice qualcosa di diverso, qualcosa che i calciatori del Senegal capiscono e che porta la maggior parte di loro verso gli spogliatoi. In fondo al campo, al centro del cerchio, rimane solo uno. Sadio Mané. In piedi, solo, nel mezzo di uno stadio di settantamila persone di cui almeno la metà sta urlando, con i calciatori marocchini intorno che guardano i senegalesi andarsene senza sapere cosa fare. Al bar nessuno parla. Ibrahima fissa il televisore. Vede Mané che si gira verso gli spogliatoi, che gesticola, che parla — non si sente cosa dice ma il corpo dice tutto: non venite fuori, tornate, non fare questa cosa. I minuti passano. La partita è sospesa. L’arbitro Ndala parla con i suoi assistenti, con i dirigenti, con chi è rimasto sul bordo del campo. Lo stadio di Rabat è un rumore bianco di settantamila persone che non capiscono bene cosa stia succedendo. Anche al bar de la Mer, che è un bar nel quartiere de la Médina di Dakar con tredici persone dentro, nessuno capisce bene cosa stia succedendo. Mané entra negli spogliatoi. Vediamo il tunnel sul televisore, poi non vediamo più niente. La telecamera inquadra il campo vuoto — il campo con i giocatori marocchini che aspettano, l’arbitro che aspetta, la palla sul dischetto che aspetta — e poi torna sul tunnel. Quindici minuti circa. Per quindici minuti il Senegal non è in campo. Per quindici minuti il bar de la Mer è un posto dove tredici persone guardano un campo quasi vuoto e non dicono niente di importante. Ousmane fissa il bancone. Pape Diallo si mette a pulire i bicchieri anche se sono già puliti. Ibrahima tiene le mani strette sulle ginocchia. Poi, lentamente, i calciatori del Senegal cominciano a tornare. Prima uno, poi tre, poi il resto. Mané esce dallo spogliatoio per ultimo, o quasi, con quella camminata che Ibrahima conosce dai video — diritta, decisa, le spalle larghe, il mento alto. Ha convinto i compagni a rientrare. Non si sa cosa ha detto, esattamente. I giornali scriveranno che ha parlato di reputazione, di credibilità, di qualificazione al Mondiale. Ma Ibrahima pensa che abbia detto qualcosa di più semplice. Qualcosa del tipo: dobbiamo farcela. Qualcosa del tipo: non possiamo perdere così. Il ct Thiaw torna anche lui in panchina, dopo una discussione con l’arbitro che dura altri minuti. Poi tutto il Senegal è in campo. La partita può riprendere. Brahim Díaz prende il pallone, lo bacia — un gesto che in un altro momento sarebbe sembrato normale, ma in questo momento sembra quasi una sfida — e si avvicina al dischetto. Rincorsa lunga. Cucchiaio. Édouard Mendy para. Al bar de la Mer, in quel momento, Ibrahima sente qualcosa che non sa nominare. Non è gioia — non ancora — è qualcosa di più vicino a un respiro trattenuto che finalmente esce. Ousmane salta giù dal banco. Pape Diallo sorride per la prima volta in un’ora. Il televisore Samsung mostra Mendy con il pallone tra le braccia e Brahim Díaz che quasi collassa sulle sue ginocchia. I supplementari. Trenta minuti in più, dopo tutto quello che era già successo. Nei primi secondi del primo tempo supplementare le due squadre sembrano ancora bloccate, ancora zero a zero. Mané tocca qualche pallone, prova una conclusione che finisce fuori. Hakimi prova sulla fascia, viene fermato. Lo stadio di Rabat è stanco, e lo è anche il bar de la Mer, dove qualcuno ha cominciato a sbadigliare e poi si è vergognato e ha smesso. Al quarto minuto, Pape Gueye riceve palla fuori area, fa una finta, si smarca e calcia. Il pallone entra. Uno a zero. Al bar de la Mer, questa volta, il silenzio prima dell’esplosione dura solo mezzo secondo. Poi Ousmane è sul banco, poi Ousmane è giù dal banco, poi Pape Diallo sta abbracciando qualcuno che non conosce bene, poi Ibrahima si trova in piedi con le braccia alzate senza sapere esattamente cosa sta urlando. L’uomo con i vestiti da lavoro, quello che stava vicino alla porta, è in mezzo al bar con gli occhi lucidi. Il succo di Kirène si rovescia su qualcuno. Nessuno ci fa caso. Il Senegal tiene il risultato fino al fischio finale. Uno a zero. Il Senegal ha vinto la Coppa d’Africa. Sul televisore Samsung, i giocatori del Senegal si abbracciano in mezzo al campo di Rabat, davanti a settantamila persone di cui almeno la metà sta fischiando. Mané alza il trofeo sopra la sua testa — lo stesso trofeo che aveva alzato nel 2021, la seconda volta in carriera — con quella faccia che Ibrahima conosce dai video: non è la faccia dell’eccitazione, è la faccia di chi sa che questo momento costerà qualcosa domani, ma che adesso è qui e basta. Quella notte Ibrahima torna a casa alle undici passate. Mariama è sveglia, seduta in cucina con una tazza di tè. Guarda suo figlio entrare e capisce dall’espressione che ha vinto. Non dice niente. Sorride un po’. Gli scalda il riso avanzato dal pranzo e lo mette sul tavolo. Passano due mesi.
Il 17 marzo 2026 il Comitato d’Appello della CAF emette la sua sentenza: il Senegal è dichiarato sconfitto a tavolino nella finale. Il risultato ufficiale è tre a zero per il Marocco. [13] La motivazione, scritta in un comunicato formale distribuito dalla confederazione africana: la nazionale senegalese ha violato l’articolo 82 del regolamento, e ai sensi dell’articolo 84 la squadra che abbandona il campo per più di dieci minuti senza autorizzazione dell’arbitro è dichiarata sconfitta a tavolino. È questo il margine su cui la storia della Coppa d’Africa si è decisa — non sul campo, non su un gol o su un rigore parato, ma sui minuti di differenza tra quello che il regolamento prevede e quello che è successo. Il segretario generale della federazione senegalese Abdoulaye Seydou Sow definisce la sentenza «una vergogna per l’Africa», dichiarando alla televisione pubblica senegalese: «Non ci tireremo indietro. La legge è dalla nostra parte.» [14]
L’ex presidente della federazione Augustin Senghor, membro del Comitato Esecutivo della CAF, dice alla BBC World Service che «il calcio si gioca in campo, non negli uffici», e definisce la decisione «abominevole». [15] Il presidente della Repubblica del Senegal, Bassirou Diomaye Faye, si fa fotografare nel suo studio con la coppa ancora sullo scaffale alle sue spalle, e cambia l’immagine del profilo Facebook con quella foto. [16] Una dichiarazione politica senza parole. Il ct Pape Thiaw porta fisicamente il trofeo a una base militare di Dakar, circondato da soldati, e un video di quell’arrivo diventa virale sui social. [17] Il Senegal deposita ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna. Il TAS, in genere, ci mette circa un anno. [18] Il presidente CAF Patrice Motsepe dichiara di essere «estremamente deluso» di quanto accaduto durante la finale, e ammette che la confederazione deve ricostruire la sua credibilità. [19] Il presidente FIFA Gianni Infantino aveva già detto, la sera stessa della finale, che lasciare il campo «è inaccettabile» e che simili scene «devono essere condannate». [20] Entrambi parlano da lontano — da Johannesburg, da Zurigo — e le loro parole suonano come quelle di chi ha visto tutto da un altro schermo.
Al bar de la Mer, Ibrahima ha saputo della sentenza da un messaggio che Ousmane gli ha mandato su WhatsApp un giovedì pomeriggio. Non era un giorno di partita, non c’era nessun televisore acceso. Ha riletto il messaggio due volte. Poi ha rimesso il telefono in tasca. Non è andato al bar quella sera. È rimasto a casa, in cucina con sua madre, mentre fuori si sentiva il normale rumore del quartiere de la Médina — qualcuno che parlava in wolof ad alta voce, uno scooter, la voce del muezzin dalla moschea gialla che stava ancora venendo ristrutturata. Mariama gli ha detto che queste cose succedono. Che il potere lavora sempre per sé stesso. Che la coppa ce l’hanno ancora a Dakar e nessuno gliela porta via. Poi ha detto che domani mattina si alzava alle cinque e mezza e che lui doveva andare a dormire. Ibrahima ci ha pensato, quella notte, a quello che sua madre aveva detto. Al potere che lavora per sé stesso. All’uomo con la camicia verde che aveva detto la cosa di Lumumba. Alle tre partite del girone, alle partite a eliminazione diretta, alla serata del 18 gennaio con Ousmane sul banco e il succo di Kirène rovesciato. A Mané da solo al centro del campo di Rabat, con settantamila persone intorno, che aspettava che i compagni tornassero. C’è una cosa che Ibrahima capisce senza averla studiata: che le decisioni importanti non vengono mai prese da chi le subisce. Vengono prese altrove, in uffici lontani, da persone che non erano presenti la sera del 18 gennaio a Rabat. Che non stavano al bar de la Mer. Che non hanno visto Mendy parare il cucchiaio, che non hanno sentito il succo di Kirène rovesciarsi sul pavimento mentre tutti si abbracciavano. La coppa che il Senegal ha vinto sul campo è la stessa coppa che la CAF ha assegnato al Marocco sulla carta. Tutte e due le cose sono vere. Nessuna delle due cambia quello che Ibrahima ricorderà. Quello che sa, invece, è che tra qualche anno dovrà trovare un lavoro. Che Dakar non ha abbastanza posti per tutti i ragazzi che escono dalla scuola. Che suo padre è a Brescia nella nebbia e che le ore al magazzino sono state tagliate. Che Ousmane parla ancora di Francia con la stessa certezza di prima, anche se Ibrahima ha iniziato a chiedersi se quella certezza regge il confronto con quello che sa — o con quello che non sa ancora ma che imparerà. Il Senegal ha quasi sedici milioni di abitanti. Una quota significativa della popolazione — stimata intorno al cinque per cento — vive all’estero, con una forte concentrazione in Europa.
Le rimesse che arrivano rappresentano circa il dieci per cento del PIL. [21] Il che vuol dire che la partenza di ogni Saliou, di ogni fratello, di ogni cugino che va a fare le pulizie notturne in un ospedale di Lione non è solo una storia privata: è parte di un sistema che regge su chi se n’è andato e su quello che manda indietro. Fatou Diome lo aveva scritto vent’anni fa, in quel romanzo da cui Ibrahima è lontano non perché non voglia leggerlo ma perché costa e perché la sua copia in wolof non esiste: il sogno dell’Europa è reale, ma la realtà dell’Europa è un’altra cosa. Non un inferno, non un paradiso. Qualcosa di più complicato: un posto dove puoi arrivare e non sentirti mai del tutto arrivato, dove porti con te tutto quello che hai lasciato, dove sei sempre un po’ l’altro. [22] Ma questo Ibrahima lo sa solo a metà. L’altra metà la conosce suo padre, a Brescia, nelle notti in cui sposta scatoloni nel magazzino e pensa a Dakar. E la conosce Mané, che ha lasciato Bambali a sedici anni e ha girato il mondo e ha vinto tutto quello che si poteva vincere, e adesso ha trentatré anni e gioca in Arabia Saudita, e quando indossa la maglia del Senegal è ancora lì, al centro del campo di Rabat, con le braccia aperte, che aspetta che i compagni tornino. La coppa è ancora a Dakar, in una base militare, protetta dai soldati. Il TAS di Losanna non si è ancora pronunciato. Il presidente Faye ha la foto con la coppa sul suo profilo Facebook. Il televisore al bar de la Mer è ancora agganciato al muro con i fili e le graffe. La crepa sul bordo in basso a sinistra è ancora lì. Aspettando la prossima partita.
Fonti
[1] PIL pro capite in Senegal, Trending Economics. [2] Morocco and East African co-bid to host future Africa Cup of Nations finals, Reuters. [3] Senegal – Religions, Country Economy. [4] PIL per paese in Africa (2025) – FMI. [5] Alla scoperta del Senegal e dell’impegno di Amref per un futuro di salute e sostenibilità, Amref. [6] Enquête nationale sur l’emploi au Sénégal (ENES) – quatrième trimestre 2024, Agence nationale de la statistique et de la démographie (ANSD). [7] Senegal – Employment In Agriculture (% Of Total Employment), Trending Economics. [8] Personal remittances, received (% of GDP) — Senegal, World Bank Open Data. [9] Rapporto annuale sulla presenza dei migranti in Italia 2023, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. [10] Le Ventre de l’Atlantique, Fatou Diome. [11] Senegal Football Federation alleges irregularities ahead of AFCON final, Morocco World News. [12] Senegal coach Pape Thiaw urges Morocco to protect ‘image of Africa’ at AFCON final, ESPN. [13] CAF Appeal Board Media Statement, Confederazione Africana di Football (CAF). [14] Senegal to appeal CAF’s decision to hand AFCON title to Morocco, ESPN / CBS Sports. [15] Denounce ‘abject’ Afcon decision – senior CAF member, BBC World Service. [16] How Senegal lost their AFCON title to Morocco and what next, Al Jazeera. [17] Senegal non restituisce Coppa d’Africa, ct la consegna ai militari, Adnkronos. [18] Senegal appeal to CAS against handing over of AFCON title to Morocco, Al Jazeera. [19] Patrice Motsepe admits AFCON final disappointment, promises reforms, Citi Sports Online. [20] FIFA chief Infantino: Senegal, AFCON chaos ‘unacceptable’, ESPN. [21] Personal remittances, received (% of GDP) — Senegal, World Bank Open Data. [22] Le Ventre de l’Atlantique, Fatou Diome.
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