In viaggio verso la Luna

Questo è il racconto del viaggio di Artemis II verso la Luna. Non da fuori, ma da dentro — con Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen.

È pomeriggio quando usciamo dall’edificio.
Il razzo è già lì, illuminato dai proiettori, bianco contro il cielo della Florida. Sta fermo, immobile, e intorno tutto tace. Sono le prime ore del pomeriggio di mercoledì, mercoledì primo aprile 2026. Il Kennedy Space Center è in attesa. Il mare è vicino e si sente anche se non si vede.
Reid Wiseman cammina davanti a noi. I passi cadono sull’asfalto caldo con quella cadenza di chi ha aspettato così a lungo da aver smesso di contare i giorni. Poi Victor Glover. Poi Christina Koch. Poi Jeremy Hansen. Hanno le tute arancioni. Li seguiamo in silenzio verso il Launch Complex 39B. [1]
Alan Shepard fece questa stessa camminata il 5 maggio 1961. Erano le prime ore del mattino. Aveva fatto colazione con John Glenn in vestaglia — filet mignon avvolto in bacon, scrambled eggs e succo d’arancia, come qualsiasi mattina da astronauta. Poi si era infilato nella tuta d’argento — ventisette cerniere, una spirale che avvolgeva l’intero corpo — e aveva camminato verso il razzo. [2]
Noi camminiamo in silenzio. Il razzo cresce a ogni passo — un oggetto che da lontano sembrava un’idea e da vicino è rumore bianco e acciaio.
I quattro astronauti di Artemis II salgono a bordo di Integrity — il nome che hanno scelto per la loro capsula Orion. Wiseman ha spiegato perché: «Puoi essere integro o non esserlo. E noi, come primo equipaggio di Artemis, ci sforziamo ogni giorno per esserlo». [3]

La porta si chiude. Dentro la capsula, ora, si aspetta. È un’attesa immobile, sospesa nel ronzio dei sistemi. Alan Shepard, nel 1961, aspettò più di quattro ore. Il suo lancio era stato rimandato, poi rimandato ancora per problemi tecnici. A un certo punto la radio gracchiò: gli dissero di aspettare ancora. Si era già bagnato la tuta — non c’era un sistema per gestire i bisogni fisiologici, nessuno aveva pensato che i ritardi potessero durare così tanto. Alla fine, con la voce piatta di un pilota che ha esaurito la pazienza, disse alla radio: «Fix your little problem and light this candle». Risolvi il tuo problemino e accendi questa candela. [4] Oggi, per Wiseman e i suoi, l’attesa ha un altro sapore. Non è rabbia. È l’impazienza di chi è già pronto a diventare qualcosa di diverso e aspetta solo che il mondo lo capisca. Comincia il conto alla rovescia. Alle 18:35 (ora della costa Est / EDT) il countdown raggiunge lo zero.
I booster solidi si accendono per primi, producendo oltre il settantacinque percento della spinta necessaria. Poi i quattro motori RS-25 a piena potenza. Insieme, generano 8,8 milioni di libbre di forza. Il razzo pesa 5,75 milioni di libbre. Per qualche secondo, la fisica fa i suoi calcoli. [5]
Poi sale.
Quando il Redstone di Shepard si accese nel 1961, il cuore dell’astronauta passò da ottanta a centoventisei battiti al minuto in pochi secondi. Il jolt del decollo era stato più morbido di quanto si aspettasse, ma circa ottantotto secondi dopo il lancio la capsula entrò nella turbolenza aerodinamica massima e la sua testa cominciò a sbattere ritmicamente contro il poggiatesta del casco. [6]
Sul Saturn V dell’Apollo 11, nel 1969, il lancio era qualcosa che non assomigliava a nulla di precedente: onde di pressione che venivano dal basso e attraversavano l’intera struttura, descritte dai presenti come una sensazione che si sentiva nelle ossa prima ancora che nelle orecchie. Non c’è esperienza che prepari. [7]


La Florida sparisce sotto di noi. Il Golfo del Messico. L’Atlantico. Il blu si fa più scuro. Poi più scuro ancora. Poi smette di essere blu.
La separazione dei booster avviene a circa due minuti dal lancio. E poi — silenzio. Non il silenzio del quieto. Il silenzio dello spazio, che è un’assenza fisica. Nessun vento. Nessuna resistenza. Nessun suono che arrivi da fuori, perché fuori non c’è niente attraverso cui il suono possa viaggiare.
Il corpo impiega un momento a capire. Poi capisce.
Non c’è peso.
Shepard, nel 1961, aveva avuto a malapena il tempo di accorgersene — la sua fu una missione suborbitale di quindici minuti. Ma si era ripromesso di prestare attenzione a quel momento, di capire come descrivere quello che stava sentendo, prima che finisse. [8]
Wiseman, il giorno dopo il lancio di Artemis II, racconta in diretta dallo spazio come ha dormito la prima notte: «Christina stava dormendo a testa in giù nel mezzo della capsula, come un pipistrello appeso al tunnel di attracco. Victor aveva trovato un angolino. Jeremy era disteso sul sedile uno. E io stavo dormendo sotto i pannelli di controllo, nel caso qualcosa andasse storto. Ogni volta che stavo per addormentarmi, avevo la sensazione di inciampare su un bordo del marciapiede e mi svegliavo di scatto. Il mio corpo si sta riadattando». [9]
Il corpo non sa ancora dove si trova. Lo imparerà.
Il secondo giorno, la capsula accende i motori per cinque minuti e quarantanove secondi. È la Trans Lunar Injection burn — la manovra che separa questo viaggio da tutti gli altri, che trasforma un’orbita terrestre in una traiettoria lunare. L’ultima volta che un essere umano aveva lasciato l’orbita della Terra era stato nel dicembre 1972. [10]
Wiseman lo dice con la voce di chi sta cercando di contenere qualcosa di più grande di lui: «Quando abbiamo raggiunto quella manovra, ci siamo guardati come equipaggio. Siamo stati sulla Luna tra il 1968 e il 1972. È passato molto tempo da allora. E vi dico — non c’è nulla di normale in questo. Mandare quattro esseri umani a quattrocentomila chilometri di distanza è uno sforzo erculeo, e solo ora stiamo capendo la portata di quello che stiamo facendo». [11]
Hansen, il canadese, il primo non-americano a volare verso la Luna, chiama Mission Control dopo la manovra: «L’umanità ha ancora una volta dimostrato quello di cui è capace, e sono le vostre speranze per il futuro a portarci adesso in questo viaggio intorno alla Luna». [12]
Noi stiamo al nostro posto in silenzio. La Terra nella finestra è già più piccola di quanto ci aspettassimo.
Nei giorni seguenti il viaggio ha la forma paradossale di tutte le traversate lunghe: l’enormità di quello che sta accadendo convive con i dettagli minuscoli e quotidiani di chi ci vive dentro.
Glover porta la capsula manualmente attraverso una manovra di prova. È il primo essere umano a pilotare Integrity nello spazio.
La capsula ha un problema al bagno. È la prima volta che Orion vola con esseri umani a bordo, ed è la prima volta che qualcuno usa il suo sistema di gestione dei rifiuti nello spazio. Koch, che poi si autodefinirà «space plumber» con una risata, lavora con Mission Control per risolvere il problema. «I bagni nello spazio sono qualcosa che tutti possono capire», dirà più tardi l’ingegnera Debbie Korth. «È sempre una sfida. Anche sulla Stazione Spaziale Internazionale continuano ad avere problemi. È una cosa complicata da realizzare». [13]
C’è qualcosa di profondamente umano in tutto questo. Non si va sulla Luna solo con il coraggio. Si va anche con i propri bisogni corporei, con le proprie goffaggini in assenza di peso, con i propri problemi tecnici da risolvere con calma mentre fuori c’è il vuoto infinito.
Il terzo giorno, e poi il quarto, e poi il quinto, la Luna cresce nella finestra.
La sua luce non è come quella che conosciamo dalla Terra — riflessa, morbida, distante. Qui è diretta. È un oggetto, non un’idea. Ha texture. Ha crateri. Ha ombre lunghe che cambiano con l’angolazione del sole.

La mattina del 6 aprile, il sesto giorno, arriva un messaggio.
La voce è quella di Jim Lovell. Lovell aveva circumnavigato la Luna sull’Apollo 8 nel dicembre 1968 — fu la prima volta che degli esseri umani uscirono dall’orbita terrestre. Poi nel 1970, sull’Apollo 13, quasi non tornò. È morto nel 2025, a novantasette anni. Ma prima di farlo aveva registrato un messaggio per l’equipaggio di Artemis II.
«Benvenuti nel mio vecchio quartiere», dice la voce di Lovell nella capsula. «Quando Frank Borman, Bill Anders ed io orbitammo la Luna su Apollo 8, ottenemmo il primo sguardo da vicino della Luna e una visione del pianeta natale che ispirò e unì le persone in tutto il mondo». [14]
Un uomo già morto che parla a quattro persone nello spazio, a 380.000 chilometri dalla Terra, in un giorno d’aprile del 2026. Non c’è modo di contenere questa cosa in una categoria conosciuta.
Poco prima delle 19 del 6 aprile, Integrity comincia il flyby.
Per la prima volta in più di mezzo secolo, degli esseri umani si avvicinano alla Luna. La capsula raggiunge il punto di minima distanza: 4.067 miglia dalla superficie. Meno di 6.600 chilometri. [15]
Guardano dall’oblò. E noi con loro.
La Luna, da vicino, è qualcosa di diverso da qualsiasi immagine. È grigia, sì — ma non di quel grigio uniforme e astratto delle fotografie. È un grigio pieno di sfumature: bianco quasi abbagliante sulle creste dei crateri colpite dalla luce radente, nero profondo nelle ombre, ocra nelle pianure di lava solidificata miliardi di anni fa. Non c’è atmosfera che ammorbidisca i bordi. Ogni dettaglio è nitido fino a sembrare irreale. [15]
In questo paesaggio, cinquantasette anni fa, dodici esseri umani hanno camminato.
Neil Armstrong fu il primo, il 20 luglio 1969. Scese dalla scaletta del modulo lunare Eagle e posò il piede sinistro sulla superficie del Mare della Tranquillità. Il suolo era compatto, granulare, leggermente lucido. «È quasi come una polvere», disse alla radio. Poi aggiunse le parole che conoscono in ogni lingua del mondo.
Aldrin scese diciannove minuti dopo e guardò intorno. Disse: «Desolazione magnifica». Due parole. Non c’era niente di meglio da dire. [16]
Pete Conrad, il terzo uomo sulla Luna, atterrò nell’Oceano delle Tempeste con l’Apollo 12 nel novembre 1969. Era un uomo piccolo e simpatico, Conrad, e quando toccò il suolo disse, ridendo: «Cavolo, potrebbe non essere un grande passo per Neil, ma per me lo è eccome». [17]
Alan Bean scese dopo di lui e cominciò a ripetersi sottovoce, mentre camminava: «Questo è davvero la Luna. Siamo davvero qui. Quella lassù è la Terra». Lo disse due o tre volte di fila, come se avesse bisogno di sentirlo per crederci. Anche mentre stava succedendo, gli sembrava fantascienza. [18]
Alan Shepard — lo stesso Shepard che nel 1961 aveva aspettato più di quattro ore nella capsula Mercury chiedendo di accendere quella candela — tornò sulla Luna nel 1971 con l’Apollo 14, a quarantasette anni, il più anziano dei dodici. Portò con sé due palline da golf e le colpì con un attrezzo geologico modificato. La seconda, disse, volò per «miglia e miglia e miglia» nell’assenza di gravità. [19]
Gene Cernan andò sulla Luna due volte. La prima sull’Apollo 10 in orbita, senza scendere. La seconda con l’Apollo 17 nel dicembre 1972, l’ultima missione. Prima di risalire sul modulo lunare per l’ultima volta, si fermò. Con la punta dello stivale graffiò nel suolo le iniziali di sua figlia Tracy — T D C. Poi parlò alla radio. Poi salì. [20]
Dodici uomini, sei missioni, tra il luglio 1969 e il dicembre 1972. Ognuno ha lasciato qualcosa sulla superficie. Attrezzatura scientifica. Veicoli lunari. Sacchi di rifiuti alleggeriti prima del decollo. Targhe. E le bandiere.
Sei bandiere americane, piantate in sei luoghi diversi. La prima, quella dell’Apollo 11, fu abbattuta dal soffio dei motori durante il decollo del modulo lunare — Aldrin la vide cadere mentre saliva. [21]
Le altre cinque sono ancora lì. Le fotografie del Lunar Reconnaissance Orbiter mostrano che almeno tre di esse — Apollo 12, 16 e 17 — proiettano ancora un’ombra sul suolo. Sono ancora in piedi. [22]
Ma il colore è andato. Cinquant’anni di radiazione ultravioletta senza atmosfera che faccia da filtro hanno sbiancato il nylon. Le bandiere che erano rosse, bianche e blu sono adesso probabilmente bianche — bianche dappertutto, un bianco uniforme e silenzioso sotto un sole che non tramonta mai nel modo in cui lo conosciamo noi. [23]
Bandiere bianche sulla Luna. Nessuno le vede. Non si possono vedere da qui — né dall’orbita di Integrity, né da nessun telescopio sulla Terra. Esistono senza testimoni, in un paesaggio che non ha avuto un visitatore umano da più di mezzo secolo.
Fino ad ora.

Poi la Luna si mette in mezzo.
La capsula passa sul lato nascosto. Mission Control saluta i quattro con un messaggio che qualcuno ha scritto e che resterà: «Integrity, Houston. Siete a sei minuti dai quaranta minuti di silenzio durante il flyby lunare. Da parte di tutti noi — è un privilegio testimoniare che portate il fuoco oltre la nostra portata più lontana. Grazie. Buona Fortuna». [24]
La Terra tramonta oltre il bordo della Luna. Scompare.
Wiseman la guarda fino all’ultimo. «È incredibile guardare il tuo pianeta scomparire dietro la Luna», dirà in un collegamento con la Terra. [25]
Per quaranta minuti, nessuna voce. Nessun segnale. Nessun collegamento con la Terra.
Michael Collins, nel luglio 1969, aveva vissuto qualcosa di simile ma amplificato: ogni orbita dell’Apollo 11 intorno alla Luna lo portava sul lato nascosto per quarantasei minuti, completamente da solo mentre Armstrong e Aldrin erano sulla superficie. Era l’essere umano più isolato nella storia della specie. Nel suo libro di memorie scrisse: «Ora sono solo, veramente solo, e completamente isolato da qualsiasi forma di vita conosciuta. Sono tutto. Se si facesse un conteggio, il punteggio sarebbe di tre miliardi più due dall’altra parte della luna, e uno più chissà quanto da questa parte». [26]
I quattro di Artemis II invece sono insieme. Wiseman racconta che durante i quaranta minuti di silenzio si raccolgono e mangiano un biscotto alla crema d’acero ciascuno — i biscotti canadesi di Hansen, portati a bordo come tocco personale del primo astronauta non americano a volare verso la Luna. Poi tornano al lavoro. [27]
Fuori, sul lato nascosto, vedono cose che nessun occhio umano ha mai visto. Crateri senza nome. Pianure di lava antica. Creste e scarpate formate in miliardi di anni in un silenzio che non ha mai avuto testimoni. Nessuno prima di loro si era trovato in questa posizione esatta, a guardare queste esatte coordinate di superficie. [28]
Il segnale torna.
La Terra riappare oltre il bordo della Luna. Koch lo dice con la semplicità di chi non riesce a trovare parole più grandi e non ne cerca di più piccole: «Non lasciamo la Terra — la scegliamo. Visiteremo ancora, costruiremo avamposti scientifici, guideremo rover. Ma alla fine, sceglieremo sempre la Terra. Sceglieremo sempre gli uni gli altri». [29]

Ore dopo, mentre Integrity continua il suo arco intorno alla Luna e gli astronauti lavorano alle osservazioni scientifiche, Hansen chiama Mission Control.
«C’è un elemento in un posto molto particolare della Luna», dice. «Si trova esattamente al confine tra il lato visibile e quello nascosto. In certi momenti del transito lunare, si potrà vedere anche dalla Terra». Fa una pausa. «È un punto luminoso sulla Luna. E vorremmo chiamarlo Carroll». Poi fa lo spelling, lettera per lettera: C, A, R, R, O, L, L. [30]
Carroll Taylor Wiseman era un’infermiera registrata in terapia intensiva neonatale. Aveva quarantasei anni quando è morta di cancro nel maggio del 2020. Wiseman ha cresciuto da solo le loro due figlie, Katey e Ellie. Nel 2023, quando la NASA lo nominò comandante di Artemis II, la sua prima reazione non fu entusiasmo ma preoccupazione: come avrebbe detto alle figlie che sarebbe partito così lontano? [31]
L’idea di nominare il cratere era nata durante la quarantena prima del lancio. Erano stati gli altri tre a proporla. Wiseman aveva risposto che gli sarebbe piaciuto molto, pur sapendo che non era pronto ad affrontarlo in pubblico.
Mentre Hansen fa lo spelling del nome alla radio, Wiseman si volta. Koch si asciuga gli occhi. Hansen trema. Si abbracciano tutti e quattro, in assenza di peso, a 252.756 miglia dalla Terra — più lontano di qualsiasi essere umano nella storia.
«Quando Jeremy ha fatto lo spelling di Carroll», dirà Wiseman dopo il ritorno, «è stato il momento in cui sono stato sopraffatto dall’emozione. Ho guardato e Christina stava piangendo. Ho messo la mano su quella di Jeremy mentre stava ancora parlando e sentivo che stava tremando. Ci siamo sciolti tutti». [32]
Non è la prima volta che succede qualcosa così, vicino alla Luna. Jim Lovell, sull’Apollo 8 nel 1968, aveva visto una formazione montuosa vicino al Mare della Tranquillità e l’aveva chiamata Mount Marilyn, in onore di sua moglie. Il nome rimase informale per quasi cinquant’anni. Nel 2017 l’Unione Astronomica Internazionale lo rese ufficiale. Lovell visse abbastanza da sapere che il nome di Marilyn era per sempre sulla Luna. [33]

Poi, mentre Integrity si allontana dalla Luna e comincia il viaggio di ritorno, l’equipaggio assiste a uno spettacolo straordinario.
Un’eclissi solare totale, vista dallo spazio. La Luna si interpone tra Orion e il Sole. La corona solare — l’alone di plasma che di solito è invisibile perché oscurato dalla luce solare — si dispiega intorno al disco nero della Luna come un’aureola. Le stelle, normalmente invisibili nelle vicinanze del Sole, diventano visibili intorno a quel cerchio di fuoco. [34]
Glover guarda dalla finestra e parla a Mission Control con la voce di chi ha rinunciato a trovare le parole giuste: «Questo continua a essere irreale. Gli esseri umani probabilmente non si sono evoluti per vedere quello che stiamo vedendo. È davvero difficile da descrivere. È incredibile». [35]
Cernan, sulla superficie nel 1972, aveva descritto il guardare la Terra da lì come «stare su un altopiano nello spazio e guardare la stella più bella del firmamento — la più bella perché è quella che conosciamo, è la casa, sono le persone, la famiglia, l’amore, la vita. E si muove nel buio che è quasi al di là di ogni concezione». [36]
Alan Bean, dopo essere tornato dalla Luna nel 1969, ci aveva pensato a lungo. Nel 1981 aveva smesso di volare e aveva cominciato a dipingere. Solo la Luna, per il resto della vita. Mischiava i colori con la polvere lunare recuperata dai frammenti della sua tuta spaziale. Usava il martello con cui aveva piantato esperimenti scientifici sulla superficie per creare texture sulle tele. Usava lo stampo dello stivale lunare per imprimere le proprie orme nel dipinto. «Sono l’unico che può dipingere la Luna», diceva, «perché sono l’unico che sa se è giusto o no». Morì nel 2018. Aveva dipinto la Luna per trentasette anni. [37]

Il 10 aprile, decimo giorno, Integrity rientra nell’atmosfera a circa 40.000 chilometri orari. La temperatura esterna raggiunge i 2.800 gradi Celsius. Fuori dalla finestra c’è il plasma. [38]
L’ammaraggio avviene nell’Oceano Pacifico, al largo di San Diego, alle 20:07 ora della costa Est. [39]
Il giorno dopo, a Houston, i quattro salgono sul palco a Ellington Field.
Wiseman parla per primo. Dice che non ha idea di cosa dire. Poi dice: «Ventiquattr’ore fa, la Terra era così» — e allarga le mani quanto le spalle — «e noi stavamo facendo Mach 39. Ed eccoci qui, a casa». [40]
Glover dice che non ha ancora elaborato quello che hanno fatto. Che ha paura anche solo di provarci. Che la gratitudine per quello che ha visto, per quello che ha fatto, per le persone con cui l’ha fatto, «è troppo grande per stare in un solo corpo». [41]
Koch dice che la missione è cominciata quando il responsabile di missione Sean Duvall ha bussato alla sua porta nel quartiere degli astronauti e le ha sussurrato: «Christina, siamo PRONTI per il lancio. Alzati». Ed è finita quando, sulla nave di recupero, l’infermiera l’ha messa a letto dicendole: «Signora, posso avere un abbraccio?» [42]
Hansen si gira verso i suoi compagni e li abbraccia. Poi dice: «Quando guardate noi quattro, non state guardando noi. Siamo uno specchio che vi riflette. E se vi piace quello che vedete, guardate un po’ più in profondità. Questo siete voi». [43]

Cernan, il 14 dicembre 1972, prima di salire sul modulo lunare e lasciare la superficie per sempre, si era fermato un momento. Aveva graffiato le iniziali di Tracy nel suolo. Poi aveva parlato alla radio: «Mentre faccio questi ultimi passi dalla superficie, di ritorno a casa per un po’ di tempo — ma crediamo non troppo a lungo nel futuro — mi piacerebbe dire quello che credo la storia ricorderà: che la sfida dell’America di oggi ha forgiato il destino dell’umanità di domani. E, mentre lasciamo la Luna a Taurus-Littrow, partiamo come siamo arrivati, e, Dio voglia, come torneremo: con pace e speranza per tutta l’umanità». [44]
Poi salì.
Per cinquantatré anni, quelle erano state le ultime parole dette da un essere umano vicino alla Luna.
Ora non lo sono più. E da qualche parte sulla superficie, in sei luoghi dispersi tra mari e oceani di lava solidificata, le bandiere bianche aspettano. Non sventolano — non c’è vento. Stanno ferme, nel silenzio più completo dell’universo, come hanno fatto per tutto questo tempo. Come faranno ancora, finché qualcuno non tornerà.


Fonti

[1] NASA Artemis II Live Launch Day Updates, NASA. [2] This New Ocean: A History of Project Mercury, Loyd S. Swenson Jr., James M. Grimwood, Charles C. Alexander. [3] Artemis II launch recap: NASA launches first crewed moon mission since 1972, NBC News [4] Light This Candle: What You Need to Know About Alan Shepard’s Historic Spaceflight, National Air and Space Museum. [5] Space Launch System, NASA. [6] 60 years ago, Alan Shepard became the first American in space, Astronomy.com. [7] Felt Rather Than Heard: The Historic Launch of Apollo 11 to the Moon, AmericaSpace. [8] Light This Candle: What You Need to Know About Alan Shepard’s Historic Spaceflight, National Air and Space Museum. [9] Artemis II begins its journey to the moon: Highlights, CNN. [10] Artemis II Flight Day 2: Crew, Houston Poll ‘Go’ for Translunar Injection Burn, NASA. [11] Artemis II shoots toward the moon, making crucial maneuver to leave the Earth’s orbit, Houston Public Media. [12] Artemis II crew clears Earth orbit, heads for the moon, CBS News. [13] Update: Artemis II Crew Flies Around the Moon, NASA Curious Universe Podcast. [14] Artemis II Flight Day 6: Crew Ready for Lunar Flyby, NASA. [15] Artemis II Flight Day 6: Lunar Flyby Updates, NASA. [16] Apollo 11, NASA. [17] Apollo 12, NASA. [18] Alan Bean: The artist who walked on the Moon, Astronomy.com. [19] Alan Shepard, Encyclopedia Britannica. [20] In His Own Words: Gene Cernan on Being the Last Man on the Moon, Space.com. [21] Lunar Flag Assembly, Smithsonian National Air and Space Museum. [22] Apollo Moon Landing Flags Still Standing, Photos Reveal, Space.com. [23] What happened to the flags Apollo astronauts left on the moon?, Space.com. [24] Update: Artemis II Crew Flies Around the Moon, NASA Curious Universe Podcast. [25] Human minds shouldn’t have to go through this: Artemis II crew recalls unreal moment when Earth disappeared, Live Science. [26] Carrying the Fire: An Astronaut’s Journey, Michael Collins, Farrar, Straus and Giroux, 1974. [27] Highlights: Artemis II astronauts circle the moon on record-breaking NASA mission, NBC News. [28] Highlights: Artemis II astronauts circle the moon on record-breaking NASA mission, NBC News. [29] Artemis II captured a jaw-dropping ‘Earthset’, National Geographic. [30] Astronauts suggest naming a moon crater ‘Carroll’ after their commander’s late wife, NPR. [31] How Did NASA Astronaut Reid Wiseman’s Wife Die at 46?, TODAY. [32] ‘We all pretty much broke down right there’: Inside the Artemis 2 astronauts’ emotional moment near the moon, Space.com. [33] Astronauts suggest naming a moon crater ‘Carroll’ after their commander’s late wife, NPR. [34] Update: Artemis II Crew Flies Around the Moon, NASA Curious Universe Podcast. [35] See a jaw-dropping ‘Earthset’—and a rare solar eclipse from the far side of the moon, National Geographic. [36] In the Shadow of the Moon, David Sington; The Blue Marble Shot: Our First Complete Photograph of Earthm, The Atlantic. [37] Alan Bean: The Artist Who Walked on the Moon, Astronomy.com. [38] Artemis II updates: Crew safely home after historic moon mission, Live Science. [39] Artemis II Flight Day 10: Re-entry Live Updates, NASA. [40] Artemis II crew reflects emotionally on lunar mission after safe return: ‘Bonded forever’, Fox News. [41] Ibidem. [42] Ibidem. [43] Ibidem. [44] In His Own Words: Gene Cernan on Being the Last Man on the Moon, Space.com.

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