L’isola che non c’è più

Da Tetele, sulla costa di Malaita, Isole Salomone, si vede ancora quello che resta del villaggio sommerso: quattro pali di legno che spuntano dall’acqua a bassa marea.

Con la bassa marea, dalla riva di Tetele, si vedono quattro o cinque pali di legno che spuntano dall’acqua a un centinaio di metri dalla costa. Non sono i resti di un molo. Sono le fondamenta di un villaggio. Lì sotto — sotto quella superficie piatta, verde scuro nel mattino del Pacifico — ci sono le basi delle case dove sono nati i bambini di Walande, i muri della chiesa, i sentieri che collegavano le porte. Il mare li ha coperti tra il 2010 e il 2024. Lo mostrano le immagini satellitari di Maxar e Airbus analizzate da Human Rights Watch. [1]

Walande è una comunità di circa ottocento persone nell’arcipelago delle Isole Salomone, nel Pacifico sudoccidentale. [2] Per decenni ha vissuto su un’isola artificiale — costruita pietra su pietra, corallo su corallo, dalle generazioni precedenti — a poche centinaia di metri dalla costa di Malaita meridionale. Oggi quell’isola non esiste più. [3]

Robert, sessantasette anni, è stato per anni il presidente della comunità di Walande. Ogni mattina, dalla riva di Tetele, guarda in direzione dell’acqua. Ci vuole un momento prima che parli, come se stesse scegliendo le parole giuste tra le molte possibili: «Siamo andati via perché non sapevamo dove altro andare. Dovevamo metterci in salvo. L’unica alternativa era la terraferma». [4]

La storia di Walande comincia molto prima che il mare salisse. La comunità discende da quattro tribù di pescatori del nord-est di Malaita che migrarono verso sud, generazioni fa, per la caccia ai delfini. Non avevano terra propria in quella parte dell’isola: la presero dal mare. Portavano pietre e corallo, li posavano sull’acqua bassa, costruivano sopra. Richard Kwai, presidente della chiesa della comunità, racconta le origini con una semplicità che non lascia spazio al rimpianto: «Siamo gente che migra di posto in posto. Veniamo originariamente dal nord-est di Malaita. È lì che vivevano i nostri antenati». [5]

L’isola artificiale di Walande era stata il loro centro per decenni — una comunità che viveva di pesca, di taro di palude coltivato lungo le coste, di mare. Mary, cinquantatré anni, madre di famiglia, descrive la vita sull’isola con la precisione di chi ha dovuto ricostruirla pezzo per pezzo nella memoria: «La vita era davvero dura. Se non avevi una canoa, non avevi accesso all’acqua, agli orti, alla scuola. Nessun modo per raccogliere la legna». [6] Il Pacifico non era solo il loro orizzonte. Era la loro strada, il loro mercato, il loro confine.

Il primo colpo serio arrivò nel 1986, con il ciclone Namu. Fu il peggior disastro naturale che le Salomone ricordassero a memoria d’uomo: circa 150 morti, novantamila sfollati — un terzo dell’intera popolazione — e un danno economico stimato in decine di milioni di dollari del 1986. Malaita, l’isola più popolosa del paese con sessantacinquemila abitanti, fu la provincia più colpita, con intere comunità costiere rase al suolo dal mare agitato e dai venti. [7] Richard Kwai lo racconta come qualcosa di già visto, già superato, un disastro che aveva una forma familiare: «La prima distruzione sull’isola fu nel 1986, quando il ciclone Namu devastò le Isole Salomone. Scapparono sulla terraferma per una settimana, poi tornarono e ricostruirono l’isola alle dimensioni originali». [8] Tornarono. Ricostruirono. Come avevano sempre fatto.

Nel 2005 un’altra ondata anomala distrusse tredici abitazioni e sommerse circa un quarto dell’isola. [9] Ancora una volta, la comunità rimase. Il mare intorno alle Isole Salomone è cresciuto a un ritmo tra sette e dieci millimetri l’anno dal 1993 — quasi tre volte la media globale, secondo i dati raccolti dallo studio di Simon Albert e colleghi pubblicato su Environmental Research Letters nel 2016, che confermava anche la scomparsa totale di almeno cinque isole coralline dell’arcipelago. [10] Un’analisi della NASA del settembre 2024 ha confermato che nelle prossime decadi il numero di giorni di inondazione da maree anomale aumenterà di un ordine di grandezza per quasi tutte le nazioni insulari del Pacifico — un processo definito “irreversibile”. [11] Ma queste cifre, nel 2005, erano ancora numeri lontani. Quello che si vedeva erano le case da ricostruire.

Il 2009 fu diverso. Le king tides — maree eccezionali di intensità anomala, causate dall’allineamento di Sole, Luna e particolari condizioni oceanografiche — arrivarono più alte e più veloci di qualsiasi cosa la comunità avesse visto prima. In tre giorni, tre quarti dell’isola era sott’acqua. Sedici case distrutte. Susie Waita Fakaia, infermiera, chiude gli occhi un momento prima di rispondere, come se riaprisse una porta che aveva tenuto socchiusa: «Ero lì in quel momento. Ero terrorizzata. Ho quasi ceduto, perché non avevo mai visto onde così potenti in tutta la mia vita in questo villaggio». [12] Ellen, settant’anni, in pensione dopo una vita da infermiera, quando parla del 2009 ha le mani sul tavolo che non stanno ferme: «Il mio corpo trema ancora. Il trauma è rimasto con me, perché non avevo mai visto onde così prima. Arrivarono all’improvviso e spazzarono il villaggio. I nostri erano scomparsi con le case. Fu allora che capimmo che Walande non aveva più un futuro luminoso». [13]

Nell’archivio locale della comunità, compilato a mano nel corso degli anni, si legge che la distruzione del 2009 fu «al di là della capacità umana di ricostruire». [14] Non tornarono. Questa volta, non tornarono.

Johnson Sua, agente di polizia, uno dei primi a trasferirsi sulla terraferma: «Non volevo cambiare la mia vita. La mia bella vita. Ma a causa del cambiamento climatico, causato dal mondo intero, dalle fabbriche, dalle aziende, ho dovuto spostarmi». [15] Eva Cathy Iroga, studentessa, ricorda come si sentiva quella mattina con una semplicità che fa più effetto di qualsiasi enfasi: «È una cosa triste vedere tutto spazzato via, o strappato via, all’improvviso. Tutti piangevano, e sì, mi dispiace per quelle case che sono andate». [16]

Per capire cosa stesse succedendo a Walande nel 2009, bisogna guardare una mappa e poi guardare i numeri. Le Isole Salomone sono classificate dall’ONU tra i paesi meno sviluppati del mondo e tra i piccoli stati insulari in via di sviluppo. [17] Il reddito mediano per famiglia è di circa tre dollari al giorno. [18] La Asian Development Bank stima che entro il 2100 le perdite economiche annue legate al cambiamento climatico nelle Isole Salomone potrebbero raggiungere il 4,7 per cento del PIL. [19] Secondo il rapporto Groundswell della Banca Mondiale del 2021, entro il 2050 fino a 216 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare all’interno dei loro paesi a causa degli impatti climatici, incluso l’innalzamento del mare. [20] A livello globale, oltre quattrocento ricollocazioni comunitarie legate a disastri costieri avevano già avuto luogo o erano in corso, secondo i dati di Erica Bower e Sanjula Weerasinghe. [21] Le Isole Salomone contribuiscono a meno dell’uno per cento delle emissioni globali di gas serra. [22]

Il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha definito nel 2024 la situazione del Pacifico sudoccidentale una “SOS sul livello del mare”: le temperature superficiali dell’oceano della regione sono salite a un ritmo paragonabile alla media globale dal 1980, e ogni anno si stima che almeno cinquantamila abitanti delle isole del Pacifico abbiano affrontato il rischio di sfollamento a causa degli effetti del cambiamento climatico. [23]

La comunità di Walande non aspettò che qualcuno venisse a salvarla. Nel 1996 adottò formalmente un piano di ricollocazione verso Tetele — un appezzamento di diciannove ettari sulla terraferma su cui alcuni membri avevano diritti consuetudinari risalenti a un accordo tra il capo locale Mou Paine e il capo di Walande Maelasi, approvato dall’ufficiale distrettuale britannico di Malaita: «la terra è vostra fino alla fine del mondo». [24]

Scrissero all’Alto Commissariato australiano a Honiara per finanziare il disboscamento del terreno. Ottennero i fondi per quella fase. Dal governo delle Isole Salomone, dopo il ciclone Namu, arrivarono dieci cartoni di chiodi. Richard Kwai fa una pausa, guarda il ricercatore di Human Rights Watch, poi aggiunge con una punta di ironia asciutta: «Dieci cartoni di chiodi per costruire una casa. Già…». [25]

Ogni famiglia contribuì con quello che aveva — risparmi, giornate di lavoro, rimesse dei parenti a Honiara e all’estero. Gli uomini, le donne e i bambini di Walande trasportarono pietre e corallo dalla vecchia isola per costruire i muri del nuovo villaggio. I volontari di un villaggio vicino vennero ad aiutare a costruire la chiesa nel nuovo sito. Johnson Sua lo dice senza orgoglio esibito: «Non siamo stati portati qui dal governo. Ci siamo trasferiti sulla terraferma da soli. Con le nostre forze. I sentieri e tutto il resto non li ha costruiti il governo. Se avessimo aspettato il governo, o le organizzazioni internazionali del mondo, saremmo ancora lì fermi». [26] Richard Kwai, descrivendo il sistema di riunioni comunitarie attraverso cui venivano prese le decisioni, gesticola con le mani come a mimare il suono: «Quando si soffia nella conchiglia, tutti sanno che devono radunarsi e discutere». [27]

Non fu un trasloco senza dolore. Per Alfred, sessantasei anni, uno degli ultimi ad abbandonare l’isola: «Siamo gente di mare. Peschiamo e nuotiamo. Tutto quello che facciamo lo facciamo con l’acqua. Dobbiamo vivere accanto ad essa». [28] Per Agnes, cinquantatré anni: «Siamo nati su quell’isola, volevamo morire su quell’isola». [29] Henry, trentotto anni, leader della comunità che aveva vissuto il trasferimento da bambino, ricorda come fu lui, insieme ad altri giovani, a convincere i genitori a partire: «Vedemmo la marea e avemmo paura. Guardammo al futuro e sapemmo che ne sarebbero arrivate altre. Parlammo ai nostri genitori delle nostre paure. Li convincemmo a spostarsi». [30]

Eva Cathy Iroga, studentessa che ha trascorso l’infanzia nel villaggio in ricostruzione, sorride mentre lo dice, come se fosse una cosa normale che però normale non è: «Questa comunità lavora sempre insieme come una famiglia. Ci sono molte tribù diverse qui, ma quando si tratta di fare le cose insieme — come costruire i sentieri — si uniscono tutti e portano il lavoro a termine». [31]

Quindici anni dopo il trasferimento, a Tetele, la comunità ha trovato quello che sembra un paradosso: il mare sta tornando.

Joy, ventinove anni, neo-mamma che vive sulla costa del nuovo sito, indica la riva mentre parla, senza alzare la voce: «Il mare sta mangiando la riva». [32] Evalyn, novant’anni, la persona più anziana del villaggio ricollocato, parla lentamente, con la calma di chi ha vissuto abbastanza da non sorprendersi più di niente, ma anche abbastanza da sapere che questo dovrebbe sorprendere tutti: «Ci siamo spostati per scappare dall’innalzamento del mare. Ma il mare arriva anche qui. Il sale uccide i nostri fiori e gli alberi da frutto». [33] Le immagini satellitari analizzate da Human Rights Watch mostrano che tra il 2010 e il 2024 circa cinque ettari di terra a poche centinaia di metri dal sito di ricollocazione — insieme a decine di alberi tra la terraferma e la vecchia isola — sono stati sommersi. [34]

Il taro di palude — Cyrtosperma chamissonis — è stato per generazioni l’alimento base della comunità di Walande e di molte altre comunità delle Isole Salomone. Richiede acqua dolce a bassa salinità. È una pianta lenta, che impiega anni a crescere, e per questo nelle tradizioni del Pacifico è spesso associata alla pazienza e alla continuità tra le generazioni. Secondo il programma UNDP per l’adattamento climatico nelle Isole Salomone, il declino nella produzione di taro dovuto all’intrusione salina e alle inondazioni costiere ha già significativamente ridotto i raccolti nelle comunità costiere di tutta l’isola negli ultimi anni. [35] Robert guarda verso le piantagioni mentre risponde, come se stesse calcolando quello che manca: «In passato piantavamo il taro lungo la costa. Adesso il mare sale e distrugge tutto. È tutto finito». [36] Secondo Richard Kwai, circa l’ottanta per cento della produzione di taro è andata perduta. [37] I tentativi di coltivare il taro più all’interno producono tuberi più piccoli e meno nutrienti, secondo i membri della comunità. [38] La pesca, altra fonte di sostentamento tradizionale, è diventata meno praticabile: gli habitat ittici sono stati distrutti dalle tempeste e, in parte, dai lavori di costruzione dei muri di protezione costiera, che hanno richiesto l’estrazione di rocce e corallo dall’oceano. [39]

Nel 2021 la comunità ottenne cinquantamila dollari dal GEF Small Grants Programme e costruì un muro di protezione costiera. John, settantaquattro anni, il membro della comunità che vive a Honiara e coordina le richieste di finanziamento, spiega come fu realizzato: uomini, donne e bambini di Walande trasportarono le pietre dalla vecchia isola ormai sommersa. [40] Pochi giorni prima della visita di Human Rights Watch nel settembre 2024, vento e piogge inferiori alla forza di un ciclone avevano abbattuto parte della struttura. Il muro è ora quasi sommerso durante l’alta marea. [41] John elenca i numeri con precisione, come chi li ha calcolati e ricalcolati molte volte nella testa: «Abbiamo bisogno di altri venticinquemila dollari per cementare i lati e la sommità del muro e impedire che le pietre cadano». [42] I soldi non ci sono.

Brian, sessantun anni, residente di Walande, non alza la voce, ma le parole hanno il peso di qualcuno che ha aspettato a lungo prima di dirle: «Sono più di vent’anni che ci siamo spostati sulla terraferma. Sono frustrato perché nessuno ci aiuta. Ho sentito parlare di grandi somme di denaro per il cambiamento climatico. Ma la domanda è: dove sta andando questo denaro? L’abbiamo solo sentito con le nostre orecchie, ma con gli occhi non vediamo niente». [43]

La terra rimasta a Tetele non basta. Fred Dauburi, segretario della comunità: «Al momento sopravviviamo su circa cinquanta ettari di terreno. La popolazione di questa comunità sta crescendo rapidamente, ma un appezzamento di terra non si espande». [44] I proprietari terrieri dei villaggi vicini sostengono che la comunità di Walande non abbia mai avuto il permesso per un insediamento a lungo termine, solo per uso agricolo. [45] L’accordo dei loro antenati con i proprietari consuetudinari della terraferma — i custodi tradizionali della terra secondo il diritto non scritto delle Isole Salomone, dove l’87 per cento del suolo è detenuto sotto forme di tenure consuetudinaria tramandate oralmente di generazione in generazione — Richard Kwai lo ripete con pazienza: non è con i proprietari attuali, «ma con i nostri antenati». [46] Il governo non ha ancora risposto alle richieste di registrazione formale della terra presentate dalla comunità anni fa. [47]

Alcune giovani donne della comunità hanno riferito a Human Rights Watch che figure di autorità le avevano incoraggiate a scegliere il marito in base alla sicurezza fondiaria — a sposare qualcuno con terra più all’interno, più alta, più lontana dal mare. [48] Una donna di diciannove anni: «Dobbiamo cercarci un marito che abbia una buona famiglia senza conflitti sulla terra e che abbia terra lontana dal mare». [49] Peter Fletcher Wate, insegnante: «Molti giovani se ne vanno a vivere altrove, soprattutto a Honiara. Anch’io ho mandato via i miei figli». [50]

Robert Misimaka, funzionario del Ministero delle Terre delle Isole Salomone, parla come chi vorrebbe che le cose andassero diversamente e sa che dipende in parte anche da lui: «A mio avviso il governo delle Isole Salomone sembra dimenticarsi delle persone nelle aree rurali. Abbiamo rappresentanti di alcune di queste aree, ma… Sono pienamente consapevoli della situazione, ma si concentrano su altre cose. È un campanello d’allarme per il paese, perché le persone là fuori hanno davvero bisogno del sostegno del governo». [51]

Mentre a Tetele il muro cede, altrove — a La Haye — si costruiva un argine di un tipo diverso. Il 5 dicembre 2024, davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, Cynthia Houniuhi, studentessa di legge delle Isole Salomone e presidente dell’associazione Pacific Islands Students Fighting Climate Change, intervenne con un discorso pronunciato prima nella sua lingua madre, poi in inglese. «La terra è nostra madre», disse alla corte, «un piano vivente e senza tempo dove le generazioni passate, presenti e future convergono, interconnesse e sostenute in un ciclo di vita ininterrotto. Senza la nostra terra, i nostri corpi e le nostre memorie vengono recisi dalla relazione fondamentale che definisce chi siamo». Fu la prima volta che giovani del Pacifico parlarono direttamente alla Corte Internazionale di Giustizia. [52] Quattro anni prima, Houniuhi era stata una delle ventisette studentesse e studenti di legge dell’Università del Pacifico del Sud che avevano lanciato l’iniziativa per portare la questione delle obbligazioni climatiche degli stati davanti alla massima corte internazionale — un percorso che aveva poi convinto Vanuatu a farsi promotore della risoluzione all’Assemblea Generale dell’ONU, approvata all’unanimità nel marzo 2023. [53]

Il 23 luglio 2025, la Corte ha emesso il suo parere consultivo: all’unanimità dei quindici giudici, gli Stati sono obbligati a proteggere il sistema climatico e possono essere ritenuti responsabili per i danni causati dalle loro emissioni, con possibilità di risarcimento per i paesi vulnerabili. È stata la più alta partecipazione nella storia della Corte: 96 stati e undici organizzazioni internazionali hanno presentato dichiarazioni orali durante le udienze. [54] L’avvocato delle Isole Salomone davanti alla corte, Harj Narulla, ha dichiarato che il parere «ha aperto un percorso legale per gli stati in via di sviluppo per richiedere riparazioni climatiche agli stati sviluppati». [55]

Il 4 marzo 2026, a Nadi, nelle Fiji, i governi del Pacifico hanno adottato la prima guida regionale al mondo sulla ricollocazione climatica basata sui diritti umani — la Pacific Regional Guidance on Planned Relocation — citando esplicitamente la storia di Walande come caso-studio fondativo. [56] La guida riconosce che la ricollocazione è «una misura di ultima istanza per le comunità che non possono più adattarsi ai cambiamenti climatici sul posto, e deve proteggere i diritti, la dignità e l’autodeterminazione delle comunità». [57] Erica Bower, ricercatrice di Human Rights Watch sul displacement climatico: «Il Pacifico ha dimostrato una leadership globale concordando un approccio che rispetti i diritti. Ora i governi della regione e i sostenitori di tutto il mondo devono garantire che comunità come Walande abbiano le risorse e il supporto a lungo termine per adattarsi con dignità e costruire il proprio futuro». [58]

Human Rights Watch ha calcolato che tra il 2011 e il 2021, ai cittadini delle Isole Salomone sono arrivati in media venti dollari l’anno pro capite di aiuti internazionali per l’adattamento climatico. [59] Il ministro dell’Ambiente delle Isole Salomone, Trevor Mahaga, all’Assemblea Generale dell’ONU nel settembre 2024, aveva già messo in cifre il problema: le proiezioni indicano per le Salomone un innalzamento del mare tra 0,65 e 1,22 metri entro il 2100 nello scenario di emissioni più alto. «Le minacce del cambiamento climatico non appartengono solo al futuro», aveva detto. «Le stiamo affrontando adesso». [60]

Johnson Sua, l’agente di polizia che ha costruito la propria casa a Tetele con le proprie mani, conclude con una frase che sembra un principio, qualcosa di pensato e ripensato fino a diventare definitivo: «È responsabilità di tutti. Del mondo, del governo, di noi stessi qui nel villaggio, di me. È responsabilità di tutti». [61]

Con la bassa marea, i pali di legno tornano a essere visibili. Quattro, cinque pali nella luce del mattino, con il Pacifico intorno che non fa rumore quando è calmo.

Richard Kwai conosce il nome di ogni persona che ha vissuto sotto ciascuno di quei pali. Sa quante case c’erano, sa in quale direzione erano orientate le porte, sa dove venivano tenute le canoe. Il sogno, dice, è semplice: «Vorremmo che il governo registrasse questa terra, così ci sentiremmo al sicuro per il futuro». [62]

A Tetele, nel frattempo, i bambini giocano nella pioggia — le fotografie di Cyril Eberle per Human Rights Watch li mostrano ridere sotto l’acqua, senza preoccuparsi di bagnarsi. [63] Il mare è dappertutto intorno a loro, come lo è sempre stato intorno ai bambini di Walande. Quando sale la marea, i pali scompaiono. Evalyn, novant’anni, la più anziana del villaggio, ormai è rassegnata: «Cerchiamo terra più alta. Di nuovo». [64]


Fonti

[1] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [2] Ibidem. [3] Ibidem. [4] Ibidem. [5] No More Land, Human Rights Watch. [6] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [7] Disaster in the South Pacific: Impact of tropical cyclone ‘Namu’ on the Solomon Islands, Neil R. Britton. [8] No More Land, Human Rights Watch. [9] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [10] Interactions between sea-level rise and wave exposure on reef island dynamics in the Solomon Islands, Environmental Research Letters. [11] NASA Analysis Shows Irreversible Sea Level Rise for Pacific Islands, NASA Jet Propulsion Laboratory. [12] No More Land, Human Rights Watch. [13] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [14] Walande Island through Transition, Walande Community Archives. [15] No More Land, Human Rights Watch. [16] Ibidem. [17] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [18] Climate Change and Conflict in Solomon Islands, U.S. Institute for Peace. [19] Solomon Islands Climate Change Losses Could Reach 4.7% of GDP by 2100, Asian Development Bank. [20] Acting on Internal Climate Migration, Banca Mondiale. [21] Mapping of planned relocation cases, Forced Migration Review. [22] Solomon Islands: Rising Seas Force Relocation, Human Rights Watch. [23] State of the Climate in the South-West Pacific 2024, World Meteorological Organization. [24] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [25] No More Land, Human Rights Watch. [26] Ibidem. [27] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [28] Ibidem. [29] Ibidem. [30] Ibidem. [31] No More Land, Human Rights Watch. [32] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [33] Ibidem. [34] Ibidem. [35] Solomon Islands Climate Change Adaptation, UNDP. [36] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [37] No More Land, Human Rights Watch. [38] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [39] Ibidem. [40] Ibidem. [41] Ibidem. [42] Ibidem. [43] No More Land, Human Rights Watch. [44] Ibidem. [45] Solomon Islands: Rising Seas Force Relocation, Human Rights Watch. [46] No More Land, Human Rights Watch. [47] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [48] Ibidem. [49] Ibidem. [50] No More Land, Human Rights Watch. [51] Ibidem. [52] Dichiarazione alla Corte Internazionale di Giustizia, Cynthia Houniuhi. [53] Pacific Islands Students Fighting Climate Change (PISFCC), pisfcc.org. [54] Parere consultivo sulle obbligazioni degli stati rispetto al cambiamento climatico, Corte Internazionale di Giustizia. [55] ICJ: What the world court’s landmark opinion means for climate change, Carbon Brief. [56] Pacific Islands: World’s First Regional Guidance on Climate Relocation, Human Rights Watch. [57] Ibidem. [58] Ibidem. [59] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [60] Solomon Islands calls for urgent global response to sea level rise at UN Summit, Pasifika News. [61] No More Land, Human Rights Watch. [62] Ibidem. [63] “There’s Just No More Land”: Community-led Planned Relocation as Last-resort Adaptation to Sea Level Rise in Solomon Islands, Human Rights Watch. [64] Ibidem.

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