Il suono che resta

Come i droni hanno cambiato per sempre la guerra — e la mente di chi ci vive dentro.

È estate. Un campo estivo in Italia. Bambini ucraini, strappati per qualche settimana alla guerra, giocano su un prato verde. Un aereo di linea passa nel cielo, a bassa quota. E allora scatta qualcosa: uno per uno, si buttano a terra. Scappano sotto i letti. Ci vogliono due giorni — due interi giorni — prima che capiscano che quel rumore non è un drone. «Perché dovete capire», ha raccontato Yuriy Boyechko, fondatore dell’organizzazione umanitaria Hope for Ukraine, «ci sono bambini nati poco prima o durante la guerra che non hanno conosciuto altro che questo stato mentale». [1]

Questi bambini non hanno paura degli aerei. Sanno soltanto che quando si sente un certo ronzio nel cielo, bisogna buttarsi a terra. Lo hanno imparato prima ancora di saper leggere. Lo hanno nel corpo, non nella testa. È il suono che resta. Quello che accompagna ogni gesto — vivere, combattere, partorire, invecchiare — sotto un cielo che può diventare ostile in qualsiasi momento. È il segno di una tecnologia nata come passatempo civile e trasformata in una delle armi più pervasive del ventunesimo secolo. Di come, per la prima volta nella storia moderna, il fronte non sia più una linea su una mappa ma un suono nell’aria — ovunque, in qualsiasi momento, per chiunque. E di come quel suono non se ne vada. Neanche quando smetti di sentirlo.

Prima che i carri armati russi varcassero il confine ucraino il 24 febbraio 2022, qualcosa nell’aria aveva già cominciato a cambiare. Il rapporto giornaliero della Missione di Monitoraggio Speciale dell’OSCE del 23 febbraio — l’ultimo pubblicato prima dell’invasione — registrava centinaia di violazioni del cessate il fuoco lungo la linea di contatto nel Donbass e interferenze GPS sui propri droni di osservazione, attribuite a sistemi di disturbo elettronico. [2]

Era il preludio di una guerra che avrebbe riscritto le regole del combattimento moderno. Quattro anni dopo, un’analisi pubblicata da ricercatori del Massachusetts General Hospital osserva che la rapida evoluzione tecnologica seguita all’invasione del 2022 ha «di fatto reso l’Ucraina un laboratorio bellico che ha reingegnerizzato i metodi e i mezzi della guerra». [3]

I numeri sono difficili da immaginare. Dall’inizio dell’invasione, la Russia secondo gli ultimi dati disponibili ha utilizzato oltre novantamila droni contro l’Ucraina, secondo le stime del Ministero della Difesa ucraino. [4]

Nel 2025, il monitor indipendente ACLED ha documentato quasi trentamila attacchi aerei e con droni sul territorio ucraino. In un solo anno, secondo Air Alarms Ukraine, le sirene antiaeree hanno suonato 19.219 volte in tutta l’Ucraina: la più lunga per 49 minuti consecutivi. La regione di Kharkiv ha subito oltre duemila allarmi. La capitale Kyiv più di cinquecento. [5]

Ma sono i costi a spiegare tutto il resto. Un drone FPV — i piccoli quadricotteri a prima persona che i piloti controllano con visori di realtà virtuale — costa tra i 200 e i 500 dollari. Un carro armato russo moderno costa circa 4 milioni di dollari. Un drone può distruggerlo. Questa asimmetria ha contribuito a rivoluzionare la guerra così come la conoscevamo. Il drone FPV era nato come giocattolo. I piloti lo usavano per gare acrobatiche, per riprendere paesaggi, per competizioni amatoriali. I produttori erano perlopiù aziende cinesi. In Ucraina, quella tecnologia è stata militarizzata con una velocità che ha lasciato sgomenti gli esperti: modificata per trasportare granate, per fare volare attacchi kamikaze, per seguire bersagli in movimento con una manovrabilità che i missili tradizionali non possono eguagliare. [6]

Accanto ai piccoli FPV, la Russia ha schierato i droni Shahed — originariamente progettati in Iran e ora prodotti in Russia come Geran. Con un’apertura alare di circa 2,5 metri, possono trasportare fino a 90 chili di esplosivo, costano tra i 20.000 e i 50.000 dollari e possono percorrere da 400 a oltre 800 chilometri. [7]

Nelle notti più intense, l’Ucraina si è trovata a fronteggiare da sola più droni di quanti ne fossero stati lanciati in un intero mese appena un anno prima. [8]

Il cielo ucraino è diventato un’altra dimensione della guerra. Non un fronte. Un ambiente.

Il Telegraph l’ha chiamata “The War of Sound”, la guerra del suono. [9]

È un’espressione che cattura qualcosa di preciso: prima ancora di essere una guerra di droni, quella ucraina è diventata una guerra di percezioni uditive. Il drone, a differenza di un missile, lo senti arrivare. Lo senti passare. E poi lo senti allontanarsi — il che non significa che sia finita, significa soltanto che sta andando da qualcun altro.

Oksana Ruzhenkova ha 55 anni e vive a Kyiv. Da quasi due anni non dorme nella sua camera da letto. Ha trascinato il materasso nel corridoio del suo appartamento di epoca sovietica, seguendo la pratica delle «due pareti» — una distanza minima dalla facciata esterna che in teoria protegge dall’onda d’urto delle esplosioni. Ha chiuso le finestre per non sentire. Ma il silenzio non arriva mai. «Quando gli allarmi aerei cominciano, ho un solo desiderio: che la sirena smetta. Voglio coprirmi le orecchie», ha detto. «Ma i droni sono un’altra storia». «Se il suono si avvicina, allora il drone è vicino. Quando comincia ad allontanarsi, provi sollievo: stavolta sono stata fortunata. Ma poi pensi che sta ancora volando — e che sta volando verso qualcuno». Oksana ha paura per le sue tre nipotine, tutte sotto i sette anni, che abitano a circa 30 chilometri di distanza. «Questi pensieri», ha detto Ruzhenkova, «possono farti impazzire».

Olena Kozina, 39 anni, economista, descrive il suono degli Shahed come «il tremendo ronzio dei loro motori», capace di generare «la paura e il panico più grandi… il senso di un pericolo mortale imminente». I suoi figli, ha raccontato, «lottano per controllare le proprie emozioni ogni volta che suonano le sirene — tremano, hanno la nausea».

Maksymchuk, 48 anni, di Kryvyi Rih, ha raccontato che la sofferenza più grande non è il suono in sé ma l’«incertezza — se colpirà o passerà oltre». In quei momenti sospesi, la tensione cresce e qualsiasi calma è soltanto una facciata fragile. [10]

Quello che questi testimoni descrivono ha un nome clinico. Ricercatori dalla Harvard Medical School agli esperti dello Scandinavian Journal of Military Studies stanno lavorando alla definizione di “drone-induced anxiety” — un termine che entra per la prima volta nel vocabolario medico globale, costruito sull’esperienza ucraina. Olena Yelizarova, ricercatrice principale all’Istituto Marzeev di Salute Pubblica dell’Ucraina, ha guidato tra il 2022 e il 2025 uno studio su oltre diecimila genitori di bambini in età scolare, per analizzare gli effetti dei suoni di guerra sulla salute mentale. I risultati mostrano sintomi compatibili con il disturbo da stress post-traumatico (PTSD): sonno disturbato, incubi, vertigini, ricordi intrusivi. Quasi la metà dei bambini ha perso l’appetito. «Ogni attacco», ha dichiarato Yelizarova, «è un trauma stratificato — psicologico, fisico, esistenziale. L’impatto del rumore sulla psiche si somma alla minaccia diretta alla vita». E poi ha aggiunto qualcosa che va oltre il singolo individuo e il singolo momento: i segni epigenetici della paura cronica possono trasmettersi. I figli dei bambini di oggi potrebbero ereditare una vulnerabilità allo stress senza aver mai sentito una sirena. «Questo», ha concluso, «è una forma di terrorismo, e del tutto intenzionale». [11]

Il caso che i ricercatori di Home Base — la partnership tra il Massachusetts General Hospital e i Boston Red Sox — hanno chiamato “Signor A” è entrato nella letteratura psichiatrica internazionale come uno dei documenti più potenti su cosa significhi combattere nella prima guerra dei droni. La sua vicenda è ricostruita nel paper pubblicato su Primary Care Companion for CNS Disorders nel novembre 2025.

Secondo quanto riportato nel paper, il Signor A è «un soldato ucraino attivo di 28 anni» che stava tornando al suo posto quando «il terreno sotto i suoi piedi ha ceduto all’improvviso». Era stato colpito da munizioni sganciate da un drone russo senza accorgersene. Un secondo attacco è arrivato pochi secondi dopo, mentre giaceva ferito, avendo «perso ogni funzione motoria alle gambe». I commilitoni gli applicarono i lacci emostatici, ma l’evacuazione era impossibile: i droni da ricognizione sorvegliavano la zona. «Il Signor A», scrivono gli autori, «fu lasciato isolato, immobile ed esposto, mentre i suoi commilitoni cercavano riparo».

Poi, documentano i ricercatori, accadde qualcosa che trasforma questa storia: «mentre un drone continuava a sganciare ordigni su di lui, un altro drone rimase nelle vicinanze e registrò il suo dolore — paura e impotenza — a scopo propagandistico sui social media». Il Signor A, secondo il paper, «subì altri cinque attacchi prima di perdere i sensi». Quando i commilitoni tentarono di evacuarlo, un drone da ricognizione individuò i loro movimenti e «sganciò ulteriori munizioni e un ordigno incendiario». Riacquistati i sensi, il soldato spense le fiamme sul proprio corpo con le mani, «dopo di che munizioni chimiche furono sganciate dal drone rendendolo nuovamente incosciente» — così come riportato dal paziente e documentato dai clinici nel paper.

Evacuato quattordici ore dopo, al buio, riportò «lesioni da esplosione e ustioni bilaterali agli arti inferiori con grave perdita di tessuto e infezioni che richiesero diverse amputazioni». Durante la riabilitazione, scrivono gli autori, vide il filmato del proprio attacco «circolare sui social media, riesponendolo in dettaglio vivido all’evento, ora accompagnato da fiumi di “like”, opinioni non richieste e commenti voyeuristici di un pubblico virtuale e distante».

Il team di ricercatori ha descritto il caso del Signor A come emblema di «una forma di stress da combattimento di nuova emergenza, plasmata dalla natura incessante e psicologicamente corrosiva della moderna guerra dei droni». [12]

Dall’altra parte del fronte, il ronzio è lo stesso. Cambia la direzione, non l’effetto. Le truppe di Mosca, impegnate in avanzamenti di fanteria sul fronte orientale, si trovano a muoversi in campo aperto sotto il tiro costante dei droni ucraini.

Corrono da una buca all’altra, sperando che i piloti nemici non siano abbastanza bravi da trovarli. C’è un dettaglio che ritorna in molte testimonianze dei soldati russi, ed è sempre lo stesso: il momento in cui smettono di guardare davanti a sé e cominciano a guardare in su. Non il nemico. Il cielo. Come se il pericolo fosse diventato verticale, e ogni passo su terreno aperto fosse un’esposizione. È la stessa rieducazione dello sguardo che stanno vivendo i civili ucraini a Kherson. La notte porta con sé un terrore di un’altra specie. I soldati russi hanno dato un nome ai grandi droni agricoli ucraini riadattati per sganciare mortai nel buio: li chiamano «Baba Yaga», come la strega divoratrice di bambini del folklore slavo. Il nome è stato coniato dagli stessi soldati russi, perché il rumore di quei rotori pesanti che avanzano nelle tenebre ricordava loro le storie che le madri raccontavano da bambini.

«Infliggono danni pesanti ai nostri soldati e alle aree fortificate», riferiscono soldati russi sui social media. [13]

I militari russi descrivono la «Baba Yaga» come una presenza invisibile e inarrestabile: «Non la vedi, ma senti i suoi motori pesanti». [14]

La guerra dei droni non fa sconti a nessuno. Non è una guerra tra i forti e i deboli: è una guerra in cui chiunque sia esposto all’aperto — ucraino o russo, civile o militare, giovane o vecchio — è un bersaglio potenziale.

Il 28 settembre 2024, Anastasia Pavlenko, 23 anni, madre di due bambini, stava pedalando in bicicletta per un appuntamento nella città di Kherson, nel sud dell’Ucraina, a pochi chilometri dalla riva del Dnipro che separa le posizioni ucraine da quelle russe. Ha visto un drone decollare dal tetto di una casa e cominciare a seguirla. Per quasi 300 metri, il drone l’ha inseguita lungo la strada. Mentre si avvicinava al ponte di Antonivka, ha sganciato un ordigno. L’esplosione l’ha colpita al collo, alla gamba, a una costola. Pavlenko era ancora in bicicletta, coperta di sangue, le ruote a terra. Ha raggiunto il sottopasso. Là si è fermata. [15]

Human Rights Watch ha verificato due video caricati su canali Telegram affiliati all’esercito russo, ripresi dalla telecamera dello stesso drone che l’aveva attaccata. In uno di questi, si vede Pavlenko sulla bicicletta che sbanda mentre il drone la segue per almeno 13 secondi. Circa 50 metri prima del sottopasso, il drone sgancia l’ordigno a pochi metri alla sua sinistra. Lei continua a pedalare, ferita, verso il sottopasso. Il video si interrompe pochi secondi dopo. Quando HRW ha parlato con lei, a fine novembre 2024, aveva ancora un frammento metallico nel collo che i chirurghi non erano riusciti a rimuovere. Non è più tornata a Kherson. «Se non ci fossero stati i droni», ha detto, «vivrei ancora lì». [16]

L’attacco a Pavlenko non è un episodio isolato. È il simbolo di qualcosa che i residenti della riva destra del Dnipro, i giornalisti e le organizzazioni umanitarie hanno finito per chiamare con un nome che ha il sapore del grottesco: Human Safari. La caccia all’uomo. [17]

Kherson non è soltanto una città sotto assedio. È diventata il luogo dove si può studiare, con una precisione terrificante, come cambia il comportamento umano quando l’aria sopra la testa smette di essere neutrale. I residenti hanno imparato a muoversi rasoterra, a scegliere i percorsi in base alla copertura degli edifici, a misurare con l’istinto — non con il cervello — quanto spazio aperto si può attraversare prima che il ronzio diventi troppo vicino.

Il dottor Evgen Hnilitsky, direttore dell’ospedale di maternità di Kherson, ha raccontato come ogni mattina arrivi al lavoro. «Cinque droni mi volavano sopra. Ho aspettato che andassero via, poi sono saltato in macchina e sono scappato». Nel solo marzo 2025, Kherson ha subito tra i 600 e i 700 attacchi di droni a settimana. Nel periodo tra marzo e maggio 2025, almeno 313 civili, 135 veicoli e 106 edifici residenziali sono stati colpiti nella città. [18]

«I droni volano deliberatamente sulle zone civili», ha spiegato Boyechko. «Si vedono percorrere rotte che passano attraverso aree residenziali apposta. Ruotano su alcune zone abitative ripetutamente prima di colpire. È tutto psicoguerra, per instillare terrore nelle persone. È una forma di tortura, e i russi lo fanno apposta per spezzare lo spirito del popolo». [19]

Il 27 ottobre 2024, Oleh Melnyk, un civile di Dmytrivka, è stato seguito da un drone dal negozio del paese fino a casa sua, per 200 metri, e ucciso a pochi passi dalla porta. Il 30 novembre 2024, un drone ha sorvolato una donna che stava andando al lavoro, l’ha seguita fino alla fermata dell’autobus dove attendevano altri tre passeggeri, poi ha sganciato il suo ordigno. [20]

Human Rights Watch ha documentato in dettaglio 45 attacchi deliberati a civili e oggetti civili nei quartieri di Antonivka e Dniprovskyi. In otto casi, i ricercatori hanno potuto confrontare le testimonianze dei sopravvissuti con i video degli attacchi stessi, caricati dai militari russi su Telegram. Le vittime documentate da HRW includono persone in bicicletta, anziani che escono a fare la spesa, ambulanze, operai sui tetti, donne alla fermata dell’autobus. [21]

Il 28 maggio 2025, la Commissione Indipendente Internazionale di Inchiesta sull’Ucraina, istituita dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, ha pubblicato il rapporto “They Are Hunting Us”: Attacks by Russian Drones on Civilians in the Kherson Region (A/HRC/59/CRP.2). Le sue conclusioni non lasciano spazio all’ambiguità. [22]

Secondo il rapporto ONU, «gli attacchi sono stati diffusi, sistematici e condotti come parte di una politica statale coordinata». «Hanno seguito uno schema regolare e lo stesso modus operandi, dimostrando che erano pianificati, diretti e organizzati». «Non esiste alcuna informazione che suggerisca che le autorità militari e civili russe abbiano adottato misure per prevenire o fermare la commissione dei crimini». [23]

La commissione ha esaminato oltre 300 video pubblicamente disponibili di attacchi, più di 600 post su canali Telegram, e ha intervistato 91 persone nelle aree colpite — vittime, testimoni, autorità locali, personale medico. La sua conclusione, nelle parole del rapporto: «Le forze armate russe hanno commesso l’omicidio di civili come crimine contro l’umanità». [24]

Nell’ottobre del 2025 la stessa commissione ha ampliato l’indagine: attacchi simili, con lo stesso schema, si estendono per oltre 300 chilometri lungo la riva destra del Dnipro, nelle province di Dnipropetrovsk, Kherson e Mykolaiv. [25]

Il presidente della commissione, Erik Møse, ha dichiarato: «Le violazioni e i crimini documentati hanno inflitto sofferenze e privazioni indicibili alle popolazioni colpite. Gli attacchi ricorrenti hanno gradualmente distrutto intere località». [26]

Tra maggio e dicembre 2024, solo nella città di Kherson, gli attacchi con droni avevano già causato almeno 30 civili morti e 483 feriti. [27]

Un alto funzionario sanitario di un ospedale di Kherson, intervistato dalla Commissione ONU, ha sintetizzato la realtà in modo brutale: «Stanno semplicemente cacciando e inseguendo i civili che vanno al lavoro o portano a spasso il cane. Sganciano esplosivi dai droni come se fosse un videogioco». [28]

Gli attacchi ricorrenti con i droni, i video ampiamente diffusi che li mostravano, e i numerosi post che esortavano esplicitamente la popolazione ad andarsene, secondo la commissione, «suggeriscono una politica statale coordinata, da parte delle autorità russe, per costringere la popolazione della provincia di Kherson ad abbandonare l’area». [29]

L’ufficio di Hnilitsky ha i davanzali coperti di sacchi di sabbia. Il quinto piano dell’ospedale è inabitabile dal giorno in cui un attacco russo ha distrutto il tetto e la sala raggi X. «Quando suona l’allarme aereo», ha detto Hnilitsky, «non abbiamo neanche tre secondi per scendere al rifugio. La bomba è già qui».

Con i fondi dell’Unione Europea, l’ospedale ha costruito un reparto di maternità sotterraneo: moderno come qualunque struttura europea, ma senza finestre, con porte blindate spesse come quelle di un caveau bancario, costruite per resistere a esplosioni e incendi. [30]

Là sotto non si sente nulla. È la prima cosa che colpisce chi entra: il silenzio. Non quello del coprifuoco, non quello che scende tra un allarme e l’altro. Un silenzio vero, compatto, sordo. Il silenzio che a Kherson è diventato un lusso così raro da sembrare irreale. In quel reparto nascono i bambini della guerra. Senza cielo. Senza ronzio. Ed è per questo — spiega il personale con una logica che brucia — che i neonati dormono meglio di qualunque bambino della città. [31]

Delle 283.000 persone che vivevano a Kherson prima dell’invasione del 2022, a inizio 2026 ne restavano circa cinquantamila. [32]

Molti non possono scappare. Non vogliono lasciare le case che hanno difeso. Restano, e imparano a riconoscere i suoni.

Nel marzo 2026, una ricerca internazionale coordinata dal Centro di Ricerca per la Psichiatria Infantile dell’Università di Turku, in Finlandia, ha passato in rassegna 37 studi sulla salute mentale dei bambini ucraini durante la guerra russo-ucraina, pubblicando i risultati su BMJ Global Health. Le conclusioni sono devastanti. [33]

Tra il 25 e il 50 per cento dei bambini e dei giovani ha riferito di essere stato esposto direttamente o indirettamente a eventi di guerra. Tale esposizione — incluso il fatto di aver assistito a violenze o uccisioni — aumenta significativamente il rischio di sintomi di problemi di salute mentale. Lo studio documenta una correlazione tra il vivere in zone di guerra e sintomi da moderati a gravi, inclusa l’ideazione suicidaria e l’autolesionismo. [34]

L’UNICEF stima che, a inizio 2026, la Russia abbia ucciso o ferito oltre 3.200 bambini in Ucraina. Il numero di bambini colpiti dalla guerra è cresciuto del 10 per cento solo nel 2025. Ogni terzo bambino ucraino è sfollato: 2,5 milioni di minori hanno dovuto lasciare le loro case. [35]

«Il luogo in cui i bambini sono finiti conta», ha spiegato Sanju Silwal, autore principale della ricerca. «Lo spostamento forzato verso un altro paese era associato a rischi più elevati di problemi di salute mentale, mentre lo sfollamento interno era associato a una maggiore resilienza, forse perché i bambini rimanevano in ambienti culturali e sociali familiari». [36]

I bambini che hanno lasciato l’Ucraina sono quelli che, in un campo estivo in Italia, si buttano sotto i letti al rumore di un aereo. Portano con sé non solo la memoria della guerra, ma i suoi riflessi somatici: il corpo che reagisce prima che la mente possa intervenire. Boyechko lo chiama «stato mentale». I clinici lo chiamano ipervigilanza. È un sistema nervoso che non si è mai permesso di abbassare la guardia.

C’è una dimensione di questa guerra che la letteratura medica e militare ha iniziato a indagare, e che resta difficile da misurare: cosa accade alla psiche di chi guida il drone. I piloti FPV ucraini e russi combattono seduti davanti a monitor, con visori di realtà virtuale che trasformano il campo di battaglia in qualcosa che assomiglia a un videogioco in prima persona. «I piloti controllano questi FPV usando visori di realtà virtuale», documenta il team di psichiatri del Massachusetts General Hospital, «che forniscono loro una consapevolezza ludica del campo di battaglia. Man mano che gli operatori acquisiscono esperienza, avanzano a missioni aeree e piattaforme più complesse». [37]

La distanza fisica non elimina le conseguenze psicologiche. Come documentato dai ricercatori del Massachusetts General Hospital, le conseguenze psicologiche del conflitto ucraino — sia per chi subisce i droni sia per chi li pilota — sono ancora in larga parte da misurare: la guerra è troppo recente perché gli effetti a lungo termine siano emersi, come già accadde con i conflitti precedenti. [38]

In Palestina, i droni da sorveglianza israeliani — chiamati localmente «zanana», dal suono del loro ronzio — vengono utilizzati per spiare, non per colpire. Eppure anche solo la loro presenza provoca uno stress psicologico e fisiologico cronico nelle popolazioni che vi convivono. In Afghanistan, i droni americani erano chiamati «bizbizak», anche lì dal ronzio. Il suono del potere invisibile è lo stesso in ogni lingua. [39]

In Ucraina, tutto questo si combina: la minaccia fisica, la sorveglianza permanente, la propaganda, la guerra del suono. Non è un’arma. È un ambiente.

Anastasia Pavlenko non è tornata a Kherson. Ha ancora un frammento di metallo nel collo. I medici non possono toglierlo. Sa che è lì. Lo sentirà sempre. Oksana Ruzhenkova dorme ancora in corridoio. La sua camera da letto è vuota. Ha 55 anni e ha costruito il suo spazio più sicuro in un corridoio buio, con la speranza che le due pareti tra lei e l’esterno siano abbastanza. Il dottor Hnilitsky continua ad andare al lavoro ogni mattina, aspettando che i droni passino, poi saltando in macchina. Nell’ospedale sottoterra, i bambini continuano a nascere senza finestre. E quei bambini in Italia — quelli che si sono buttati a terra al rumore di un aereo — stanno imparando. Ci vogliono due giorni. Due giorni per convincere un corpo di sei anni che non ogni ronzio è una minaccia. Che esistono rumori innocui. Che il cielo può essere vuoto, e che un cielo vuoto è una cosa buona. Due giorni ci vogliono a rieducare un istinto che la guerra ha impiantato profondo, prima ancora delle parole. In Ucraina, quel processo di rieducazione non può ancora cominciare. Le sirene suonano ogni giorno. I droni volano ogni notte. Olena Yelizarova, la ricercatrice che studia l’impatto del suono sulla psiche, avverte che i segni di questo trauma si depositano a livello cellulare — e che potrebbero trasmettersi alle generazioni future. Bambini che non hanno ancora sentito una sirena potrebbero ereditare la vulnerabilità di chi è cresciuto sotto il cielo di Kherson.

La guerra dei droni non ha un fronte. Non ha una linea che divide chi combatte da chi osserva. Ha un suono. Un ronzio basso, insistente, che arriva prima di qualsiasi altra cosa. Che precede l’esplosione, il dolore, la paura. Che a volte non precede niente — passa e basta — ma lascia lo stesso la sua traccia. Perché il ronzio non insegna che stai per essere colpito. Insegna che potresti esserlo. Sempre. In qualsiasi momento. E quella possibilità — quella sospensione permanente tra il vivere e il morire — è la vera arma. Quella sospensione è già entrata nei corpi dei bambini ucraini. Ha attraversato il confine con loro, ha attraversato il mare. Si è infilata in un campo estivo italiano, tra i giochi e il prato verde. E quando l’aereo è passato nel cielo, i corpi hanno risposto prima ancora che qualcuno potesse spiegare. Non serviva spiegare. Il corpo sapeva già.


Fonti

[1] How the Sound of Drones Inflicts Psychological Trauma in Ukraine, New Lines Magazine. [2] Daily Report of the OSCE Special Monitoring Mission to Ukraine, OSCE. [3] Psychological Sequelae of Drone Attacks, Primary Care Companion for CNS Disorders / Psychiatrist.com. [4] How the Sound of Drones Inflicts Psychological Trauma in Ukraine, New Lines Magazine. [5] Ibidem. [6] Psychological Sequelae of Drone Attacks, Primary Care Companion for CNS Disorders / Psychiatrist.com. [7] How the Sound of Drones Inflicts Psychological Trauma in Ukraine, New Lines Magazine. [8] Ibidem. [9] The War of Sound, The Telegraph. [10] How the Sound of Drones Inflicts Psychological Trauma in Ukraine, New Lines Magazine. [11] Ibidem. [12] Psychological Sequelae of Drone Attacks, Primary Care Companion for CNS Disorders / Psychiatrist.com. [13] Ukraine and Russia’s National UAS Programs, Inside Unmanned Systems. [14] Baba Yaga Is a Giant Ukrainian Drone That Drops Bombs at Night, Forbes. [15] Hunted from Above: Russia’s Use of Drones to Attack Civilians in Kherson, Human Rights Watch. [16] Ibidem. [17] Inside Russia’s everyday manhunt of Ukrainians in Kherson, Kyiv Independent. [18] Human Safari: Russian Drone Pilots Intentionally Hunt Civilians on Ukraine’s Streets, United24 Media. [19] How the Sound of Drones Inflicts Psychological Trauma in Ukraine, New Lines Magazine. [20] Human Safari: Russian Drone Pilots Intentionally Hunt Civilians on Ukraine’s Streets, United24 Media. [21] Hunted from Above: Russia’s Use of Drones to Attack Civilians in Kherson, Human Rights Watch. [22] “They Are Hunting Us”: Attacks by Russian Drones on Civilians in the Kherson Region (A/HRC/59/CRP.2), Commissione Indipendente Internazionale di Inchiesta sull’Ucraina, ONU. [23] Ibidem. [24] Ibidem. [25] UN Commission Says Russian Drones Target Civilians and Destroy Communities, OHCHR. [26] Ibidem. [27] Hunted from Above: Russia’s Use of Drones to Attack Civilians in Kherson, Human Rights Watch. [28] UN Commission Concludes Russian Armed Forces Drone Attacks Against Civilians May Amount to Crimes Against Humanity, OHCHR. [29] Ibidem. [30] The Hunted Midwives of Kherson: On the Run from Russian Drones, United24 Media. [31] Ibidem. [32] Inside Russia’s everyday manhunt of Ukrainians in Kherson, Kyiv Independent. [33] Living Amidst Russia’s War Linked to Suicidality and Self-Harm in Ukraine’s Children and Youth, Gwara Media. [34] Ibidem. [35] Ibidem. [36] Ibidem. [37] Psychological Sequelae of Drone Attacks, Primary Care Companion for CNS Disorders / Psychiatrist.com. [38] Ibidem. [39] How the Sound of Drones Inflicts Psychological Trauma in Ukraine, New Lines Magazine.

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