
Sono le sei e trentotto di sabato sera, sabato 21 marzo, quando Suleydi sente il ventilatore fermarsi. Ha trentatré anni, due figli piccoli, e vive a L’Avana. Non è la prima volta che la corrente va via — negli ultimi mesi è andata così ogni giorno, mattina, pomeriggio, notte. Suleydi ha imparato a leggere i segni: prima rallenta il ventilatore, poi si spegne il frigorifero, poi cala il buio. Normalmente aspetta. Questa volta, però, si rende conto quasi subito che è diverso. Le luci non sono solo spente in casa sua. Sono spente ovunque. L’intero quartiere è nero. Le finestre dei condomini di fronte sono rettangoli di buio. I semafori non funzionano. I telefoni cellulari cominciano a illuminare le strade.
Quello che Suleydi non sa ancora è che in quello stesso istante la stessa cosa sta accadendo dall’altra parte dell’isola — a Santiago de Cuba, a Holguín, a Camagüey, a Pinar del Río. La rete elettrica nazionale si è appena disconnessa per intero, per la settima volta dal mese di ottobre 2024, e per la terza volta soltanto nel corso di marzo. Entro poche ore L’Avana, una città di circa due milioni di abitanti, sarà quasi completamente al buio. [1] Quello che sa è più immediato e più concreto: il giorno prima il frigorifero si era già guastato per i cali di tensione. «Se domani non c’è elettricità, non riusciremo ad avere acqua», dice rassegnata guardando i due bambini. [2]
Alle 18:38, secondo la comunicazione ufficiale della Unión Eléctrica de Cuba, si è prodotta un’interruzione improvvisa nell’unità 6 della centrale termoelettrica di Nuevitas, nella provincia di Camagüey, nel centro-est dell’isola. L’unità ha smesso di funzionare senza preavviso. «Da quel momento si è prodotto un effetto a cascata nelle macchine che erano in rete», si legge nel comunicato pubblicato pochi minuti dopo. [3]
In un sistema elettrico robusto, il guasto di una singola unità viene assorbito dalla rete. In uno fragile come quello cubano, il cedimento di un nodo trascina tutti gli altri. Ma la spiegazione tecnica racconta solo la scintilla, non l’incendio.
Per capire l’incendio bisogna tornare indietro di qualche anno — e di qualche decisione.
Il sistema elettrico cubano si regge su centrali termoelettriche costruite nell’era sovietica, alcune con più di quarant’anni di esercizio e manutenzione minima per mancanza di fondi. [4] Fino a qualche mese fa, circa il quaranta per cento dell’energia veniva prodotta da gruppi elettrogeni distribuiti sul territorio, alimentati a gasolio. Rispetto alle centrali, questi gruppi hanno un vantaggio cruciale: si accendono rapidamente, senza bisogno di energia elettrica esterna per partire. Sono stati per anni il cuscinetto tra il crollo totale e la tenuta parziale. Ma sabato, il vice-ministro dell’Energia Argelio Jesús Abad Vigoa ha dichiarato pubblicamente che quella generazione distribuita è ormai completamente ferma. Il motivo: nessun carburante. [5] Settimane e settimane senza una goccia di gasolio, di olio combustibile, di benzina. Lo ha confermato il presidente Miguel Díaz-Canel il 13 marzo: dalla fine di gennaio, nessuna nave cisterna ha attraccato nei porti cubani. [6]
Il 29 gennaio, Donald Trump aveva firmato l’Ordine Esecutivo 14380, dichiarando un’emergenza nazionale e imponendo dazi straordinari a qualunque paese che venda petrolio a Cuba. [7] La misura ha colpito immediatamente le due arterie principali dell’approvvigionamento cubano. Il Venezuela era storicamente il principale fornitore dell’isola — fino a 100.000 barili al giorno durante il periodo di massima cooperazione con Hugo Chávez. Ma dopo che le forze statunitensi avevano catturato Nicolás Maduro il 3 gennaio 2026 e lo avevano trasferito negli Stati Uniti, il flusso si era interrotto: Delcy Rodríguez, che aveva preso il posto di Maduro, non aveva ripreso le spedizioni, sotto pressione di Washington. [8] Il Messico, secondo fornitore, aveva sospeso le consegne dopo le minacce di dazi. La Russia aveva tentato, senza riuscirci, di far arrivare carburante attraverso la nave cisterna Sea Horse, carica di circa 200.000 barili di diesel di origine russa. [9]
Cuba produce internamente circa 30.000 barili al giorno e ne consuma circa 110.000 (fonte: worldometers). Gli ottantamila mancanti devono venire da fuori. Da quando non vengono più da nessuna parte, il Paese sta bruciando le ultime riserve. Il New York Times aveva scritto che quello imposto dagli Stati Uniti era «il primo blocco navale effettivo nei confronti di Cuba dai tempi della crisi dei missili». [10] Gli esperti dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani avevano condannato l’ordine esecutivo come «una grave violazione del diritto internazionale», aggiungendo che le misure suscettibili di produrre carenze di beni essenziali possono configurarsi come punizione collettiva dei civili. [11] Il segretario generale dell’ONU António Guterres aveva dichiarato di essere «estremamente preoccupato» per la situazione umanitaria di Cuba, avvertendo che potrebbe «peggiorare, o persino collassare», se i bisogni energetici del paese non venissero soddisfatti. [12]
I critici del governo cubano, a loro volta, fanno notare che spiegare la crisi soltanto con il blocco americano significa ignorare decenni di cattiva gestione: il mancato investimento nella manutenzione della rete, la dipendenza strutturale da un solo alleato politico, l’assenza di fonti energetiche alternative sviluppate in tempo. [13] La verità, probabilmente, è che entrambe le cose sono vere. Cuba aveva un sistema fragile. Il blocco lo ha spezzato.
La mattina di venerdì 20 marzo — il giorno prima del terzo blackout totale — la Unión Eléctrica aveva pubblicato il suo bollettino quotidiano. I dati erano questi: disponibilità 1.216 megawatt, domanda 2.100 megawatt, deficit 917 megawatt. Sei unità termoelettriche erano fuori servizio per guasti. Altre due erano ferme per manutenzione. Tradotto in termini semplici: Cuba aveva poco più della metà dell’energia di cui aveva bisogno. [14] In una settimana media di marzo, più del sessanta per cento del paese aveva subito interruzioni di corrente. [15] Nelle province lontane dalla capitale, come l’Isla de la Juventud, si arrivava a diciotto ore senza corrente ogni giorno, per quattro settimane consecutive. [16]
«Impacta en los servicios médicos, impacta en la educación, impacta en el transporte», aveva detto Díaz-Canel in conferenza stampa il 14 marzo. «Y así pudiéramos ir viendo cómo esto impacta transversalmente en todas las actividades cotidianas de las cubanas y los cubanos». [17]
Erisander Sánchez ha trentatré anni, lavora nell’edilizia senza un contratto fisso e vive a L’Avana con la moglie e due figli, di cinque e dieci anni. La corrente arriva a casa sua in finestre di due, tre, al massimo cinque ore — a volte di notte, quando dormono, a volte alle due del mattino, quando bisogna alzarsi di scatto per cucinare, fare la lavatrice, caricare i telefoni. L’arrivo della corrente non è un sollievo: è un’emergenza silenziosa, una finestra di tempo che non si può sprecare. A volte il riso resta a metà cottura. I fagioli rimangono duri. Il latte per i bambini non ce l’ha: compra yogurt fatto in casa dai vicini. La carne non esiste, o esiste nei mercati informali a prezzi in dollari che lui non può permettersi. Il cibo che riesce a tenere in frigorifero si guasta quando la corrente manca troppo a lungo.
«Más allá del agotamiento físico, es el psicológico lo que nos agobia», ha raccontato a NBC News. «Es la incertidumbre de no saber cuándo tendremos electricidad. No se puede planear nada». Oltre alla stanchezza fisica, è lo stress psicologico che sovrasta. L’incertezza di non sapere quando tornerà la corrente. Non si può pianificare nulla. [18]
Quello che Sánchez descrive — il tempo scandito non dalle ore ma dalla corrente, l’impossibilità di pianificare — è la topografia emotiva della vita cubana in questo marzo. Non è una crisi che si vive come uno shock improvviso: è una crisi che si vive come erosione. Ogni giorno è uguale al precedente, ma un po’ peggiore.
A febbraio, il porto commerciale di El Mariel — il più grande dell’ovest di Cuba — aveva i container fermi al molo per mancanza di gasolio [19]. I camion della spazzatura dell’Avana operavano in numero ridotto: solo quarantaquattro dei centosei mezzi disponibili riuscivano ancora a circolare. I rifiuti si accumulavano agli angoli delle strade, con resti di cibo in decomposizione. [20]
La crisi dei rifiuti aveva già portato, nell’anno precedente, a un’epidemia di malattie trasmesse da zanzare che aveva colpito circa un terzo della popolazione. [21]
Il carburante per i veicoli privati era razionato attraverso un’app mobile che assegnava a ciascun proprietario venti litri di benzina per volta, con tempi di attesa che potevano estendersi a mesi. [22] La compagnia mineraria canadese Sherritt aveva sospeso le operazioni nel suo impianto di Moa. [23] Air Canada aveva sospeso i voli. Le compagnie aeree russe Rossiya e Nordwind avevano fatto altrettanto, citando la mancanza di carburante per fare rifornimento negli aeroporti cubani. [24] Nelle strade di L’Avana, verso metà marzo, si vedevano code per comprare pane — una delle ultime risorse alimentari ancora distribuite a prezzi accessibili.
L’Istituto di Ematologia e Immunologia di L’Avana è uno dei centri di riferimento nazionale per le patologie del sangue. Il governo cubano — in un gesto inusuale — ha concesso a NBC News di entrarvi e parlare con medici e infermieri.
Martín Hernández Isas, ematologo, percorre ogni giorno trentadue chilometri a piedi per raggiungere l’ospedale. I mezzi pubblici non funzionano quasi più. «I pazienti hanno fatto il possibile e l’impossibile per arrivare qui», dice. «Non ho perso pazienti a causa di questa situazione». Ma la frase che segue dice quanto sia sottile il margine: «Abbiamo fatto il possibile e l’impossibile per assicurarci che non ne perdessimo». Norma Fernández, infermiera nello stesso istituto, descrive le interruzioni di corrente come una routine dentro la routine: a volte perdono la corrente due o tre volte al giorno. Quando accade, attivano il generatore — se c’è ancora carburante per il generatore. Un’ora è gestibile: i farmaci che richiedono refrigerazione reggono. Quando le ore diventano otto, «è già difficile, perché ci sono pazienti che vengono all’istituto, che richiedono alcuni di» quei farmaci. I familiari dei pazienti ricoverati mandano spesso dall’estero medicine, siringhe, forniture che in ospedale sono esaurite. Hernández Isas descrive un sistema di raccolta dei residui: «Con 1 ml che un paziente non usa, con 2 ml avanzati dalla fiala di un altro paziente, li mettiamo insieme così che nessuno resti senza la sua medicina». [25]
Díaz-Canel ha ammesso che «decine di migliaia di persone sono in attesa di un’operazione che non può essere effettuata per mancanza di elettricità». [26] Juanita Goebertus, direttrice per le Americhe di Human Rights Watch, ha dichiarato: «La situazione umanitaria a Cuba era già estremamente fragile, ma la crisi elettrica sta spingendo molti servizi essenziali al limite. Le persone non hanno accesso affidabile all’acqua potabile, gli ospedali non possono operare in sicurezza, i beni di prima necessità sono sempre più difficili da reperire, e la spazzatura si accumula per le strade». [27] Antonio Rodríguez Rodríguez, presidente dell’Istituto Nazionale delle Risorse Idrauliche, ha riconosciuto pubblicamente che la crisi elettrica ha compromesso anche il rifornimento d’acqua: le pompe che distribuiscono l’acqua nelle case dipendono dall’energia elettrica, e quando si fermano, i serbatoi si svuotano. [28]
La notte del 4 marzo, prima del terzo blackout nazionale del mese, la gente era uscita di casa. Non per protestare, non quella notte. Per stare insieme nell’oscurità, come si fa quando non c’è niente altro da fare. Al Malecón — il lungomare di L’Avana, quattro chilometri di passeggiata tra il mare e le facciate scrostate dei palazzi coloniali — qualcuno aveva tirato fuori le sedie. I musicisti avevano portato le chitarre. I vecchi avevano apparecchiato i tavoli da dominò, illuminati da lampadine ricaricabili. Qualcuno aveva portato la legna per cucinare in strada le caldosas — le zuppe miste che si dividono con i vicini quando non c’è altro.
Jeferson Silvera, che aveva appena finito di giocare una partita a domino, ha spiegato la logica di quella notte: «Con los cortes de luz, esto es lo único que tenemos los jóvenes para distraernos». Con i blackout, questo è l’unico modo che abbiamo noi giovani per intrattenerci. Genoveva Torres, sessantasei anni, aspettava che tornasse la corrente per cucinare. Quando ha sentito che quella sera era un blackout di proporzioni inusitate, ha detto ad alta voce quello che pensava: «Mio Dio! Quanto durerà? Non avremo niente da mangiare. Dovremo tornare a mangiare pane». Ernesto Couto Martínez, settantasei anni, stava cercando un mezzo per tornare a casa. Ha risposto alla domanda di un giornalista con una frase che suona come una filosofia di resistenza senza alternative: «Dobbiamo continuare a lottare. No hay otra opción». [29]
C’è invece chi è ormai rassegnato. Dagnay Alarcón, trentacinque anni, venditrice ambulante: «Dobbiamo abituarci a continuare la nostra solita routine. Cos’altro possiamo fare? Dobbiamo cercare di sopravvivere. Abituarci agli eventi, con o senza elettricità». [30]
A Morón, città di provincia al centro dell’isola, la notte tra il 13 e il 14 marzo è stata diversa. Morón aveva passato più di ventiquattr’ore intere senza corrente. Nell’oscurità, centinaia di persone sono uscite di casa. Non c’era un’organizzazione, non c’era un leader, non c’era un partito. C’era un oggetto che ritorna ossessivamente in questo marzo cubano: la pentola. Il caldero, in spagnolo.
A Cuba, la pentola ha sempre avuto un doppio significato. Cucinare con la legna davanti casa, dividere la caldosa con i vicini: è stata, storicamente, la risposta alla scarsità. Una forma di solidarietà nata dalla mancanza. In questo marzo, la pentola ha acquisito un terzo significato. Sbattuta contro i coperchi nell’oscurità, è diventata lo strumento di protesta dei cacerolazos — il rumore che non ha bisogno di luce per essere sentito, che non ha bisogno di connessione internet per diffondersi, che non può essere facilmente identificato e perseguito come un cartello scritto o uno slogan urlato davanti a una telecamera.
A Morón quella notte c’erano i calderos sbattuti ritmicamente uno contro l’altro. I manifestanti hanno percorso le strade del centro con le torce dei telefoni alzate, scandendo slogan: «¡Corriente y comida!», «¡Libertad!», «¡Pongan la corriente!», «¡Abajo la dictadura!», «Patria y Vida». [31] Si sono concentrati prima davanti alla stazione di polizia locale, poi davanti alla sede municipale del Partito Comunista. Alcuni manifestanti hanno sfondato parte della sede. Cinque persone sono state arrestate. [32]
Le immagini di Morón — girate di nascosto, distribuite su Telegram e WhatsApp — hanno attraversato l’isola in poche ore. A L’Avana, nei quartieri di Alamar, Nuevo Vedado, Lawton, i residenti si sono svegliati e hanno preso le pentole. «Cacerolazo en Nuevo Vedado, La Habana. Todos somos Morón ahora mismo», ha scritto sul proprio profilo X la giornalista Yoani Sánchez, fondatrice del diario indipendente 14ymedio. [33] I militari cubani hanno usato i cani per disperdere la folla a Morón. L’accesso a internet nella città è stato interrotto dopo che le immagini si erano già diffuse. L’immagine che ha girato di più in quei giorni è quella di un uomo che, da dentro casa, sporge il caldero fuori dalla finestra e lo sbatte nel buio, mentre in lontananza si sentono decine di altri calderos rispondergli. [34]
Nei giorni successivi, le proteste si sono allargate. A Santiago de Cuba i residenti del rione Micro 9 sono usciti in strada, bruciando cassonetti. In provincia di Ciego de Ávila, a Mayarí, a Cerro a L’Avana, in quartieri che non avevano protestato pubblicamente da anni. Nella notte del 14 marzo era la nona notte consecutiva di proteste in qualche parte dell’isola. [35] Sulle scalinate dell’Università de L’Avana, qualche giorno prima, un gruppo di studenti aveva tenuto un sit-in pacifico. Ai giornalisti presenti avevano spiegato perché avevano scelto quella forma silenziosa: senza corrente e senza internet, non riuscivano a studiare, a seguire le lezioni online, a consegnare i compiti. [36]
L’Observatorio Cubano de Derechos Humanos ha documentato che tra il 13 e il 16 marzo si erano verificate almeno 35 azioni repressive contro manifestanti, giornalisti, attivisti e familiari di prigionieri politici. [37] Cubalex ha denunciato l’arresto di almeno 47 persone in relazione a queste manifestazioni. [38] Due fratelli — Ángel Baldomero Quintana Martínez e Silvio de la Caridad Quintana Martínez, arrestati nel municipio Cerro di L’Avana — sono rimasti in custodia. Uno di loro si è anche inferto una ferita al polso in detenzione dopo aver denunciato maltrattamenti. [39]
Ramón Leyva Morales — conosciuto come Carapachibey Piñero, conduttore, anzi, locutor radiofonico dell’Isla de la Juventud — ha pubblicato un video su Facebook. Il tono è quello di un uomo che ha esaurito la stanchezza e sta descrivendo qualcosa di più profondo. «Oggi mi sento un po’ esausto, stressato, sopraffatto, troppi problemi, troppe limitazioni. Stiamo davvero attraversando una situazione molto difficile. Qui a Isla de la Juventud abbiamo avuto diciotto ore di blackout al giorno per quattro settimane ormai». Nella sezione dei commenti, decine di cubani da altre province hanno risposto raccontando situazioni simili o peggiori. [40]
La notte tra il 21 e il 22 marzo, dopo il terzo blackout totale del mese — lo stesso che aveva spento il ventilatore di Suleydi — la gente è di nuovo uscita al Malecón di L’Avana. Le fotografie dell’AP mostrano persone sedute sul muretto a picco sul mare, con lo sfondo di una città completamente buia. Non ci sono lampioni. Non ci sono finestre illuminate. Solo il bagliore del mare e i telefoni cellulari.
Nel quartiere El Vedado, qualcuno ha di nuovo preso le pentole. Si sente il rumore in un video diffuso dall’attivista Magdiel Jorge Castro. [41]
Suleydi, intanto, aspetta che torni la corrente per vedere se riesce a dar da mangiare ai suoi figli. Il ventilatore è fermo. Il frigorifero è rotto. L’acqua non è ancora tornata.
Da qualche parte nel buio, qualcuno batte una pentola contro il coperchio. Aspetta. Ne arriva un’altra. Poi un’altra ancora. L’eco rimbalza tra i palazzi coloniali e si perde nel mare.
Fonti
[1] Cuba begins to restore power after third nationwide collapse in a month, The Associated Press / NPR. [2] Ibidem. [3] Efecto cascada: Unión Eléctrica informa sobre causa de la nueva desconexión del Sistema Eléctrico Nacional, CiberCuba. [4] Crisis en Cuba: un nuevo apagón dejó a millones de personas sin electricidad y se agudiza el malestar en la isla, Infobae. [5] Nuevo apagón general en Cuba: El segundo en una misma semana, CiberCuba. [6] Cuba hits by island-wide blackout as energy crisis deepens, NPR. [7] Addressing Threats to the United States by the Government of Cuba, Executive Order 14380, The White House. [8] Nuovo blackout a Cuba: 10 milioni di persone senza luce, Euronews IT. [9] Cuba sufre el tercer apagón nacional desde que Trump estrechó el cerco y desvían un petrolero ruso, La Nación. [10] A New U.S. Blockade Is Strangling Cuba, The New York Times. [11] UN experts condemn US executive order imposing fuel blockade on Cuba, Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights (OHCHR). [12] Cuba: UN warns of possible humanitarian ‘collapse’, as oil supplies dwindle, UN News. [13] In Cuba, government mismanagement and US oil moves tell in human suffering, The New Humanitarian. [14] Cuba enfrenta otro día crítico: Apagones por encima de los 1,800 MW, CiberCuba. [15] Cuba se va apagando bajo la presión de EE.UU. Este es el panorama en la isla hoy, CNN en Español. [16] Locutor cubano describe el desgaste por los apagones: “Dieciocho horas diarias hace ya cuatro semanas”, CiberCuba. [17] Cuba se va apagando bajo la presión de EE.UU. Este es el panorama en la isla hoy, CNN en Español. [18] Cubanos relatan el “tormento” de su vida cotidiana en un país que colapsa, NBC News.
[19] Starved of fuel, Cubans scramble to make ends meet, AFP/Gulf News. [20] Waste piles up in Cuba as US-imposed fuel blockade halts collection trucks, Reuters, Al Jazeera. [21] Cubanos relatan el “tormento” de su vida cotidiana en un país que colapsa, NBC News. [22] Apagones, inflación y transporte limitado: la vida incierta de los cubanos sin combustible, AFP / Diario Libre. [23] Minera canadiense Sherritt suspenderá operaciones en Cuba por falta de combustible, La Jornada. [24] Air Canada suspends flights to Cuba due to fuel shortage, Al Jazeera; Russian airlines suspend flights to Cuba, evacuate tourists amid fuel crisis, The Moscow Times. [25] In a Cuban hospital, patients and doctors are hard hit by outages and fuel shortages, NBC News. [26] Cuba se va apagando bajo la presión de EE.UU., CNN en Español. [27] Ibidem. [28] Ibidem. [29] Crisis en Cuba: un nuevo apagón dejó a millones de personas sin electricidad, Infobae. [30] Cuba begins to restore power after third nationwide collapse in a month, The Associated Press / NPR. [31] Primavera de fuego en Cuba: la ola de protestas de marzo de 2026, Arbol Invertido. [32] Una protesta deja destrozos en una sede local del Partido Comunista de Cuba y termina con cinco personas detenidas, CNN en Español. [33] Noticias: Todos somos Morón / Novena noche de protestas en Cuba, InCubaDora. [34] Primavera de fuego en Cuba: la ola de protestas de marzo de 2026, Arbol Invertido. [35] Novena noche de protestas en Cuba: “Todos somos Morón”, Martí Noticias. [36] Cacerolazos y una inusual protesta estudiantil emergen en La Habana, CNN en Español. [37] Cuba superó el apagón nacional pero la crisis energética sigue afectando a la población, Infobae. [38] En medio de protestas, Cuba intenta salir del apagón, Diario de Cuba, 17 marzo 2026. [39] Dos hermanos detenidos tras protesta pacífica en La Habana, Martinoticias. [40] Locutor cubano describe el desgaste por los apagones: “Dieciocho horas diarias hace ya cuatro semanas”, CiberCuba. [41] Crisis en Cuba: la población volvió a protestar contra el régimen en medio de un nuevo apagón general, Infobae.
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