L’eclissi

Gennaio 2026: l’anatomia della repressione in Iran.Migliaia di arresti (al 23 gennaio almeno 27.000 secondo Center for Human Rights in Iran) e un numero imprecisato di morti stoccati in obitori industriali.

È sabato 10 gennaio, ore tredici. Kiarash — nome di fantasia scelto per proteggerne l’identità — accosta l’auto all’ingresso del cimitero di Behesht-e Zahra, nella periferia sud di Teheran. Al suo fianco siede il marito di Nasim.

Ingegnera meccanica e madre di due figli, Nasim Pouraghaie aveva quarantaquattro anni. La sera dell’8 gennaio era in strada con il marito a Sadeghiyeh, nel nord-ovest di Teheran, mentre le proteste riempivano le vie della città. Un proiettile la colpì alla gola. Morì sul posto. Il marito la tenne tra le braccia per più di un’ora, esausto, mentre cercava di portarla via dalle forze di sicurezza. Due giovani lo aiutarono a portare la macchina. Una donna aprì la porta di casa nel buio. La avvolsero in un lenzuolo e la portarono all’ospedale Payambaran [1]. La mattina del 10 gennaio, la famiglia ricevette la conferma ufficiale della morte. Fu allora che Kiarash — un amico di famiglia — si offrì di accompagnare il marito: «Vengo anch’io. Vi porto io al cimitero».

Behesht-e Zahra significa, in farsi, «giardino di Zahra». È il più grande cimitero dell’Iran — ottocento ettari di tombe, cipressi, vialetti bianchi che si perdono all’orizzonte nel deserto a sud della città. Ogni famiglia di Teheran, prima o poi, porta qui qualcuno. Kiarash c’era già stato anni prima, quando morì suo padre. E ricorda il silenzio, la polvere, i giardinieri che innaffiavano le aiuole al mattino presto.

Adesso, all’ingresso delle sale di lavaggio dove i corpi vengono preparati per la sepoltura secondo il rito islamico, ci sono agenti in borghese che controllano i documenti. La folla è densa, silenziosa, tutta orientata nella stessa direzione, come se qualcuno avesse dato indicazioni precise e nessuno avesse il coraggio di chiedere perché.

Li dirigono verso l’obitorio. Kiarash cammina accanto al marito di Nasim, che tiene in mano una lettera di autorizzazione al ritiro del corpo. Sulla sinistra del piazzale nota due capannoni che non ricorda. Capannoni A e B. Non ci sono cartelli. Le porte metalliche sono spalancate. Kiarash si avvicina e guarda dentro.

I corpi sono nei sacchi neri dell’obitorio, impilati a due, a tre strati uno sopra l’altro. Fuori dai capannoni, sul piazzale, due o tre camion sono parcheggiati in fila. Gli operai aprono il portellone posteriore e gettano i sacchi sugli altri — rotolano, cadono. Tra di loro, sacchi più piccoli. Kiarash impiega qualche secondo a capire cosa contengano.

Nessun operaio parla ad alta voce. È un lavoro come un altro, svolto con la stessa efficienza con cui si scarica qualsiasi merce. Intorno ai capannoni ci sono uomini e donne in piedi che aspettano. Aspettano di entrare. Aspettano di riconoscere il proprio caro tra quei sacchi. Alcuni tengono in mano una fotografia. A un certo punto una donna trova suo figlio e urla: «È mio figlio. Non buttate via mio figlio!»

Kiarash si ferma. Guarda. Poi dice al marito di Nasim di aspettarlo fuori.

«Ho pensato: quello che ho visto a Berlino, al Museo Ebraico, apparteneva alla storia», racconterà Kiarash settimane dopo, già in Germania, alla testata indipendente IranWire. «Questo invece stava accadendo adesso». [2]

Per capire cosa stesse accadendo in quei capannoni bisogna tornare indietro di undici giorni. Al 28 dicembre 2025. A pochi chilometri di distanza, nel cuore commerciale di Teheran. Il Grande Bazar non è un mercato nel senso comune — è una città nella città, migliaia di negozi distribuiti in chilometri di corridoi coperti che risalgono in parte all’epoca medievale, il polso economico dell’Iran. Quando il Bazar si ferma, tutto si ferma. Il 28 dicembre le serrande non si alzarono. Erano macellai, orafi, venditori di spezie, bottegai di terza generazione che avevano ereditato il bancone dal padre e questi dal nonno. Persone estranee ai partiti dell’opposizione in esilio, agli attivismi, alle aule universitarie. [3]

Erano usciti in strada perché il rial iraniano era precipitato a quota un milione e mezzo per un dollaro americano — un collasso monetario che aveva reso l’inflazione ufficiale del 42% quasi irrilevante rispetto a quello che si viveva ogni giorno al mercato, dove il prezzo del cibo era aumentato del 72% in un anno. [4] Aprivano il negozio la mattina e non sapevano a che prezzo vendere la merce del pomeriggio — perché nel tempo che separava la mattina dal pomeriggio il valore della moneta poteva cambiare abbastanza da trasformare un guadagno in una perdita.

La Guida Suprema Ali Khamenei li aveva definiti «tra i settori più leali della Repubblica islamica». [5] Erano stati leali per quarantasei anni — attraverso la rivoluzione, la guerra con l’Iraq, le sanzioni, le crisi. Il 28 dicembre avevano però abbassato le serrande. La rivolta si allargò in pochi giorni. L’8 gennaio centinaia di migliaia — fino a un milione, secondo alcune stime — di persone scesero in strada in tutte e trentuno le province iraniane — da Teheran a Mashhad, da Tabriz a Isfahan, fino alle regioni curde del nord-ovest. [6]

In quei giorni, il regime aveva blindato le città e – secondo alcune fonti di sicurezza citate dalla CNN – dal confine iracheno erano arrivati circa cinquemila miliziani stranieri. [7] E quando la folla riempì le piazze, la risposta non fu più la gestione dell’ordine pubblico: polizia, Basij e Guardie della Rivoluzione, aprirono il fuoco. Non spararono pallini o gas lacrimogeni, ma munizioni vere, a ripetizione e senza avvertimento. [8]

Poi, alle venti di sera dell’8 gennaio, calò il sipario. Migliaia di account che stavano trasmettendo immagini dalle strade andarono offline in pochi minuti. Il governo staccò internet — non solo i social media, ma tutto: linee internazionali, mappe, sistema bancario digitale, numero di emergenza. Gli iraniani furono isolati dal resto del mondo e, in larga misura, gli uni dagli altri. [9]

I numeri che emersero nelle settimane successive furono quasi impossibili da fissare, perché variavano vertiginosamente a seconda della fonte. Almeno 3.428 manifestanti uccisi, secondo Iran Human Rights. [10] La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Mai Sato, parlò di almeno 7.000 vittime. [11] Time, il 25 gennaio, pubblicò un’inchiesta che citava 30.304 morti registrati negli ospedali civili soltanto nelle prime quarantotto ore. [12] Iran International, basandosi su documenti classificati dell’IRGC — Islamic Revolutionary Guard Corps — ottenuti da fonti interne, stimò 36.500 morti. [13] Un network clandestino di oltre ottanta medici, che si scambiavano dati cifrati attraverso canali sicuri nel cuore della notte, stimò che meno del 10% delle morti fosse stato registrato ufficialmente — perché registrare significava esporsi, ed esporsi significava rischiare l’arresto. [14]

Quei numeri sono quasi impossibili da contenere nella mente di chi li legge da lontano. Per questo vale la pena fermarsi su uno solo di quegli ospedali. Su una sola di quelle notti. Un medico — il cui nome non può essere rivelato per ragioni di sicurezza — intervistato dal Center for Human Rights in Iran dopo essere riuscito a fuggire dal Paese, descrisse la notte dell’8 gennaio con la precisione fredda di chi aveva trascorso dodici ore in sala operatoria senza fermarsi.

«La vita era trascorsa relativamente normale fino alle 20 circa di giovedì, quando fu interrotta la connessione internet. Poco dopo furono interrotte anche le reti mobili. Non era più possibile inviare SMS, la posta elettronica non funzionava e Google Maps era inaccessibile. Quella sera, proprio alle 20, mi trovavo a Teheran e ho sentito rumori e cori. Dalle 20:10 alle 20:20 si udirono spari, urla ed esplosioni sporadiche. Sono stato subito chiamato all’ospedale. Quando arrivai, vidi che la natura delle ferite e il numero di colpi d’arma da fuoco erano completamente cambiati. La situazione era totalmente diversa dai giorni precedenti. Colpi a distanza ravvicinata, ferite mortali. Nessuno era in grado di fornire un bilancio preciso delle vittime».

Quando arrivò in ospedale, la scena era irriconoscibile. In quella sola notte, in un ospedale che normalmente gestiva uno o due casi di chirurgia d’emergenza ogni ventiquattr’ore, furono eseguite diciotto operazioni consecutive, tutte su pazienti con gravi ferite alla testa. Il giorno dopo il medico si trasferì a Isfahan. Anche lì la stessa scena: ospedali al collasso, personale esausto, feriti che continuavano ad arrivare. In una strada del centro vide qualcosa che non riusciva a togliersi dalla testa: un litro di sangue coagulato nel canale di scolo del marciapiede, con scie rosse che si estendevano per diversi metri. «Sono certo che chiunque abbia perso quella quantità di sangue non è arrivato vivo in ospedale».

Ma la frase più devastante della sua testimonianza non è quella sulle ferite, né quella sui numeri. È questa, pronunciata con la calma di chi aveva già elaborato l’enormità di quello che aveva vissuto: «La mia convinzione è che alle forze di sicurezza sia stato detto che non ci sarebbe stata nessuna responsabilità. Nessuna indagine. Questa era una situazione di guerra. Andate e reprimete con qualsiasi mezzo. Dove nel mondo hai il permesso di usare il fuoco automatico per strada?» [15]

Hamid Mahdavi faceva il pompiere a Mashhad, la seconda città dell’Iran, città santa dello sciismo, ai piedi delle montagne del Khorasan. Aveva trentotto anni, una divisa arancione, e un riflesso condizionato che probabilmente non riusciva a spegnere nemmeno fuori servizio: quando qualcuno era in pericolo, lui si avvicinava invece di allontanarsi. L’8 gennaio era in strada a Mashhad. Non si sa con certezza se stesse manifestando o se fosse uscito per vedere cosa stesse accadendo. Quello che si sa, dai video che circolarono sulle reti clandestine iraniane nelle ore successive, riconosciuti dalla famiglia, è che quando un ragazzo vicino a lui veniva colpito, Hamid si chinava, lo caricava sulle spalle e correva verso la parte della strada dove non si sparava. Lo portava via, tornava. Portava via un altro, tornava. In un video si sente una voce gridare fuori campo: «Bravo, eroe!» mentre lo si vede attraversare di corsa la strada con un corpo sulle spalle. Poco dopo, in quelle stesse strade, Hamid Mahdavi fu colpito alla gola. Non sopravvisse. [16]

Arham, un iraniano che vive in Europa, parlò a Euronews usando uno pseudonimo pochi giorni dopo i fatti. Suo cognato era stato colpito da un lacrimogeno mentre stava chiudendo il negozio insieme al suo bambino — non stava manifestando, stava solo abbassando la serranda a fine giornata. I candelotti lo avevano colpito alla fronte e al petto. Era stato portato in ospedale d’urgenza per un intervento chirurgico. Arham andò a trovarlo. «In quell’ospedale», raccontò, «ho visto con i miei occhi tre ragazze di sedici, diciassette anni morire per ferite da proiettile». Prima di tornare a casa chiamò sua sorella a Teheran. Era riuscita a rispondere brevemente prima che la connessione cadesse. La sua voce fu registrata e fornita a Euronews. Diceva: «Tutta la gente è triste. Non appena incontri qualcuno hai le lacrime agli occhi. La gente apparentemente vive normalmente, ma è come se fossimo stati attaccati dagli zombi». [17]

Yasin Mirzaei Ghalazanjiri aveva ventisei anni ed era uno studente di geofisica all’Università di Messina, in Italia. Era tornato in Iran per le vacanze universitarie di Capodanno, per stare con la famiglia a Kermanshah, a ovest del paese. L’8 gennaio scese in piazza con amici e parenti. Un cecchino lo colpì al petto. Morì sul posto, nella città dove era cresciuto, durante le vacanze di Natale. «Volevamo portare via il suo corpo per evitare che finisse nelle mani delle forze di sicurezza. Ma nello stesso momento, un altro membro della nostra famiglia fu colpito al volto da un proiettile di gomma», ha raccontato un parente. Quando la famiglia andò a recuperare il corpo, all’obitorio di Kermanshah trovò file e file di sacchi neri aperti, famiglie che cercavano i propri cari spostando un corpo per trovarne un altro sotto. Le forze di sicurezza presentarono una scelta: dichiarare che Yasin era stato ucciso dai «rivoltosi» tra i manifestanti, oppure pagare settecento milioni di toman (un toman è l’equivalente di dieci rial) — circa settemila dollari. Lo chiamavano haq-e tir: il prezzo del proiettile. Era il prezzo che lo Stato chiedeva alle famiglie per restituire il corpo di chi aveva ucciso. La famiglia rifiutò di sottoscrivere la versione falsa. Pagò. Anche dopo aver pagato, le forze di sicurezza avvertirono che se avessero parlato con i giornalisti o con le organizzazioni per i diritti umani, avrebbero ripreso il cadavere di Yasin e lo avrebbero sepolto in un luogo sconosciuto, senza comunicare alla famiglia dove. Il giorno del funerale, in un campo fuori Kermanshah, una folla si presentò spontaneamente e scandì slogan contro il governo. [18]

È in uno di quegli obitori improvvisati che Kiarash cerca Nasim. A Kahrizak — il complesso forense a sud di Teheran già noto per le torture sui manifestanti del 2009 — un testimone oculare descrisse la scena alla BBC: «I familiari raggiungono la sala autoptica dove i corpi erano ammassati uno sull’altro. C’era una stanza così piena di cadaveri che la porta non si apriva nemmeno. Un’altra stanza contiene i corpi delle donne». Amnesty International analizzò cinque video provenienti da quell’obitorio e da quello di Behesht-e Zahra e identificò almeno duecentocinque sacchi neri distinti. In uno dei video, pubblicato l’11 gennaio, uno schermo interno all’obitorio di Kahrizak scorreva le fotografie dei morti con un contatore numerico che cambiava continuamente — il metodo adottato dalle autorità per permettere alle famiglie di identificare i propri cari, dato che non c’era spazio né tempo per un sistema più ordinato. Il contatore raggiunse 250. [19]

Dalle immagini trapelate in quei giorni emergeva un dettaglio che i medici in esilio faticavano a commentare: molti dei corpi portati a Kahrizak avevano ancora il catetere urinario inserito, gli elettrodi dell’ECG attaccati alla pelle, i tubi respiratori in sede. Qualcuno indossava ancora il camice dell’ospedale. Erano stati prelevati mentre erano ancora in trattamento — o immediatamente dopo la morte, prima che i familiari potessero vederli, prima che qualcuno potesse documentare le cause del decesso. Era un modo per impedire che i medici certificassero la causa reale della morte. [20]

In molte zone dell’Iran si ripeteva la stessa scena. A Khorramabad, alle famiglie che venivano a reclamare i corpi venne presentata una scelta: pagare seicento milioni di toman oppure firmare un documento in cui si dichiarava che il defunto era un membro dei Basij — un miliziano del regime, caduto in servizio — e non un manifestante ucciso dalle forze di sicurezza. La firma avrebbe cancellato ogni responsabilità dello Stato. La maggior parte delle famiglie si rifiutò di firmare. Alcune famiglie, temendo che i corpi venissero confiscati, li seppellirono di nascosto nei cortili di casa. [21]

A Behesht-e Zahra, Kiarash alla fine trova Nasim. Aiuta il marito a portarla fuori dai capannoni, attraverso il piazzale, verso le sale di lavaggio. Ci vogliono più di due ore prima che tocchi a lei. Quando finalmente entrano nella sala, è pura agonia — le donne si graffiano il viso dal dolore, la gente urla slogan maledicendo Khamenei. Poi torna alla macchina, prende il telefono e cancella tutto — ogni foto, ogni messaggio, ogni documento di quello che aveva visto e sentito in quelle ore. L’indomani mattina Kiarash sale su un aereo per Berlino. Ai controlli passaporti, con il telefono vuoto in tasca, nessuno potrà ferire nessuno con quello che c’era dentro.

Il numero dei morti non è ancora definitivo. Forse non lo sarà mai — non con un blackout durato settimane, non con ospedali militarizzati dove le forze di sicurezza raccoglievano i nomi dei feriti per arrestarli appena guariti, non con famiglie costrette a pagare o a tacere, non con corpi sepolti nei cortili per paura che sparissero.

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite Volker Türk chiese «indagini immediate, indipendenti e trasparenti» su tutte le morti. [22] Agnes Callamard, segretaria generale di Amnesty International, definì quanto accaduto «uccisioni di massa illegali su scala senza precedenti nella storia della Repubblica Islamica». [23]

In Iran furono arrestati invece i medici che avevano curato i feriti senza denunciarli. [24] Furono arrestati i giornalisti che avevano filmato nelle strade. [25] Furono arrestati anche i parenti delle vittime. [26]

Quaranta giorni dopo l’8 gennaio, in tutto l’Iran si tennero i chehelom — le commemorazioni rituali che nell’Islam sciita segnano la fine del lutto ufficiale. A Mashhad, centinaia di persone si riunirono sulla tomba di Hamid Mahdavi, il pompiere che aveva caricato i feriti sulle spalle finché un proiettile non lo fermò. Portarono fiori. Applaudirono. Qualcuno cominciò a cantare, e gli altri si unirono. Il chehelom non è solo un addio — è anche un atto di memoria, un modo per dire che il nome del morto non verrà cancellato. E neanche l’intervento degli agenti riuscì a disperdere la folla. [27]

Nello stesso periodo, da Berlino, Kiarash rilascia la sua intervista a IranWire. Dice: «Questo è un crimine che deve essere raccontato». Aveva cancellato tutto dal telefono prima di passare i controlli. Ma poi ha trovato il coraggio di parlare: «Queste lacrime sono il prezzo minimo. Questa voce deve arrivare ovunque possa arrivare». [28]


Fonti

[1] Nasim Pouraghaiem, Witness Report. [2] “Bodies Were Stacked Two to Three Layers Deep”: Eyewitness Account from Tehran, IranWire. [3] اعتصاب و تجمع اعتراضی فروشندگان پاساژ علاءالدین تهران, DW. [4] Protests erupt in Iran over currency’s plunge to record low, AP. [5] Iran’s Khamenei says protesters’ concerns valid, but warns of ‘enemy hand’ behind unrest, Anadolu Ajansı. [6] At least 1.5 million people took to Tehran streets on January 8, source says, Iran International. [7] Iraqi militias have joined the Iranian regime’s crackdown, security sources say, CNN. [8] Iran: Massacre of protesters demands global diplomatic action to signal an end of impunity, Amnesty International. [9] The night Iran went dark: Witness accounts and video reveal violence inflicted during Iran’s internet blackout, CNN. [10] At Least 3,428 Protesters Killed in Iran; Serious Risk of Protester Executions, Iran Human Rights. [11] UN Rapporteur: Iran Protest Deaths Exceed 7,000, Executions Surge, IranWire. [12] Iran Protest Death Toll Could Top 30,000, According to Local Health Officials, Time. [13] Over 36,500 killed in Iran’s deadliest massacre, documents reveal, Iran International. [14] Disappeared bodies, mass burials and ‘30,000 dead’: what is the truth of Iran’s death toll?, The Guardian. [15] Exclusive Interview: Physician Treating Protesters in Iran Describes Mass Casualties, Overwhelmed Hospitals, Center for Human Rights in Iran. [16] How images came to carry Iran’s protest dead, Iran International. [17] ‘It’s like zombies attacked us,’ Iran protests eyewitness tells Euronews, Euronews. [18] An artist, a geophysicist and a fruit seller: Accounts of Iran’s brutal crackdown emerge, NBC News. [19] Iran: Massacre of protesters demands global diplomatic action to signal an end of impunity, Amnesty International. [20] Why Slain Protesters Were Taken From Hospitals to the Morgue With Tubes Still Attached, IranWire. [21] Unreported Atrocities: Eyewitnesses Detail Massive and Deadly State Crackdown Against Protesters in Iran’s Provincial Cities, Center for Human Rights in Iran. [22] High Commissioner Türk calls on Iranian authorities to end their brutal repression, United Nations Human Rights. [23] Il massacro di manifestanti richiede un’azione diplomatica globale, Amnesty International. [24] Statement From Physicians in Iran: ‘Being a Doctor Is Not a Crime’, Center for Human Rights in Iran. [25] Bahá’í photographer arrested in Iran amid internet blackout, Committee to Protect Journalists. [26] ‘The world needs to know what’s happening’: families of protesters killed in Iran tell of heartbreak, The Guardian. [27] Forty Days After the January 8–9 Killings: Mourning, Protest, and Security Tensions Across Iran, National Iranian American Council. [28] “Bodies Were Stacked Two to Three Layers Deep”: Eyewitness Account from Tehran, IranWire.

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