
Azalea ha passato la vita a insegnare all’università, correggere bozze e guidare studenti nella costruzione del loro percorso accademico. Oggi vive a Caracas con sua sorella, avvocata e anche lei pensionata, in un appartamento dove l’odore della carta vecchia si mescola alla dignità silenziosa di chi non vuole arrendersi. Le due donne hanno alle spalle decenni di lavoro qualificato, titoli accademici e una carriera costruita quando il Venezuela era uno dei Paesi più prosperi dell’America Latina. Eppure oggi non riescono a garantirsi tre pasti al giorno. «Noi anziani, che siamo tra i pochi rimasti in Venezuela, insistiamo nel rimanere attivi per necessità», racconta Azalea. «La mia pensione, insieme allo stipendio universitario e al cosiddetto bonus di guerra economica, si è polverizzata con l’inflazione». [1] Quasi tutto quello che guadagnano finisce in farmacia. «Abbiamo malattie croniche, come quasi tutti gli anziani. Non possiamo smettere di prendere i farmaci. Con quello che resta compriamo solo i beni essenziali. Non basta per una dieta equilibrata. Non possiamo permetterci un medico privato. Figuriamoci un intervento chirurgico». [2] A Caracas questa situazione ha un nome semplice: resistenza.
La storia di Azalea non è un’eccezione. È la fotografia di un Paese dove anche le professioni più qualificate non garantiscono più la sopravvivenza. Un professore ordinario con il massimo grado accademico, che insegna quaranta ore a settimana e ha anni di ricerca alle spalle, guadagna circa 525 bolívar al mese, meno di 1,30 dollari. È il caso di Tulio Ramírez, docente dell’Università Centrale del Venezuela. «Sono passati tre anni e nove mesi senza un aumento», spiega. «Il dollaro sale ogni giorno. A questo punto siamo in resistenza e resilienza». Ramírez lo dice con una lucidità che non lascia spazio all’illusione: «I più vulnerabili non hanno altra scelta che resistere». Secondo diversi osservatori, gli insegnanti venezuelani sono oggi i meno pagati dell’America Latina. [3] E questo accade in un Paese che, per decenni, era considerato uno dei più ricchi del mondo.
Il 3 gennaio la crisi venezuelana ha raggiunto un punto di svolta simbolico: Nicolás Maduro è stato arrestato durante un’operazione militare e trasferito negli Stati Uniti con accuse legate al narcotraffico. Per molti venezuelani la scena delle manette ha rappresentato la fine di un’epoca. «Hanno solo tolto una pedina dal gioco degli scacchi», racconta un pensionato di 71 anni all’inviato del Guardian. Sua moglie Griselda ricorda con amarezza il momento in cui ha visto Maduro arrestato: «L’ho visto per quello che era: il più grande idiota sulla Terra». [4] Ma per capire come il Venezuela sia arrivato fin qui bisogna tornare indietro di decenni.
Nel 1950, mentre gran parte dell’economia globale cercava ancora di riprendersi dalla Seconda guerra mondiale, il Venezuela viveva una prosperità straordinaria. Il PIL pro capite era di circa 7.424 dollari, superato solo da Stati Uniti, Svizzera e Nuova Zelanda. Per confronto, nello stesso anno l’Italia aveva un PIL pro capite di circa 3.425 dollari. [5] Negli anni Sessanta e Settanta il boom petrolifero trasformò il Paese in quella che molti chiamavano la “Venezuela saudita”. Caracas era una città moderna, piena di grattacieli, hotel di lusso e autostrade nuove che tagliavano la valle ai piedi dell’Ávila. «Un’isola nel mezzo del caos latinoamericano», così l’argentino Benjamín Triepier descrive il Venezuela di allora. «Quando arrivai a Caracas nel 1978, il tasso di cambio era rimasto invariato da 20 anni e si potevano ottenere dollari molto facilmente, ma ciò che mi sorprese di più fu quanto fosse bella la vita». Anche l’economista Alexander Guerrero racconta un episodio simile: «Il mio primo stipendio da professore universitario nel 1978 era di 1.700 dollari. Con quello ho comprato una macchina e affittato un appartamento». Il giornalista cileno Miro Popic ricorda la stessa epoca: «Con tre mesi di stipendio mi sono comprato un’auto. Ora non puoi farlo nemmeno dopo aver lavorato per dieci anni». Il bolívar era stabile. La disoccupazione restava bassa. Molti venezuelani passavano le vacanze a Miami. [6] Secondo le stime ufficiali dell’epoca, nei primi anni Ottanta circa 400.000 venezuelani — il 3% della popolazione — si recavano ogni anno nel sud della Florida. [7]
L’equilibrio si spezzò nel 1983. Il 18 febbraio, passato alla storia come “Venerdì Nero”, il governo svalutò il bolívar. «Il bolívar era il simbolo di ciò che ha reso il Venezuela un paese di riferimento nel XX secolo: il paese della mobilità sociale, dei grandi progetti infrastrutturali, il paese che ha attratto immigrati da ogni dove, che ha sconfitto la malaria e ha quasi sradicato l’analfabetismo. Quel Venezuela è scomparso come un miraggio il Venerdì Nero», racconta lo storico Tomás Straka. «Il Venerdì Nero ha segnato la fine del periodo di maggiore stabilità monetaria e di cambio che un paese latinoamericano abbia mai sperimentato», afferma José Guerra, professore di economia presso l’Università Centrale del Venezuela. La svalutazione impoverì in un solo giorno lavoratori dipendenti e pensionati: i risparmi in bolívar persero circa il 70% del loro valore. La misura provocò anche la scomparsa di molti prodotti dai supermercati a causa dell’aumento dei costi delle importazioni. «Ero bambino, ma ricordo che all’improvviso non c’erano più mele nei supermercati o che la varietà di giocattoli si era ridotta», racconta il politologo Guillermo Tell Aveledo. [8]
La crisi economica si intrecciò rapidamente con quella politica. Dopo la caduta della dittatura di Marcos Pérez Jiménez nel 1958, il Venezuela aveva costruito una democrazia relativamente stabile. «La transizione da Pérez Jiménez alla democrazia ha significato che molti venezuelani ora avevano acqua corrente, elettricità o scarpe», osserva lo storico Tomás Straka. «Questa mobilità sociale è terminata negli anni Ottanta». Nel 1979 circa il 60% della popolazione venezuelana poteva essere considerato classe media. Nel 1999 la percentuale era scesa al 30%. «Un processo di impoverimento di così vasta portata non può verificarsi senza influenzare un regime politico, soprattutto quando tale regime si basa sulla promessa di una vita migliore». [9] Negli anni Novanta la crisi sociale aprì la strada all’ascesa di Hugo Chávez. [10]
Durante il governo Chávez, il Venezuela beneficiò di un nuovo boom petrolifero. Le entrate finanziarono programmi sociali, ma il modello economico restava fragile. Quando i prezzi del petrolio crollarono nel 2014, il sistema collassò. [11] Sotto la gestione Maduro il PIL si è contratto dell’80% in un decennio [12] e oltre 7,7 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese. [13] Nel 2026 la crisi si misura nelle vite di chi è diventato un contabile della propria sopravvivenza.
Analis spende circa 30 dollari a settimana solo per i trasporti. «Ogni biglietto del bus è un piccolo calcolo nella mia routine». Lei e il suo ragazzo devono far bastare 100 dollari a settimana per mangiare. Secondo Analis, per vivere con dignità servirebbe uno stipendio di 600 dollari al mese. David, corriere in moto, guadagna circa 120 dollari a settimana. «Per gestire le emergenze dovrei guadagnare mille dollari al mese». Robin sopravvive con 200 dollari al mese. Douglas, pensionato, stima di aver bisogno di almeno 800 dollari per cibo e medicinali. [14] Secondo i dati del CENDAS-FVM (Centro de Documentación y Análisis Social de la Federación Venezolana de Maestros), l’organizzazione indipendente che monitora il costo della vita nel Paese, per coprire il solo fabbisogno alimentare di base una famiglia venezuelana avrebbe bisogno oggi di almeno 700 dollari al mese. [15]
Mentre l’economia soffoca, il piano politico vive una fase di tensione legata alla Legge di Amnistia per la Convivenza Democratica, promulgata il 20 febbraio 2026. Il provvedimento copre episodi politici dal 1999 al 2026. Ma l’organizzazione per i diritti umani Foro Penal sostiene che la legge sia incompleta e che almeno 400 prigionieri politici resterebbero esclusi dal suo campo di applicazione. [16] Il clima si surriscalda a metà febbraio, quando i familiari dei detenuti politici si incatenano davanti alla Zona 7 di Boleíta, a Caracas. Dieci donne portano avanti uno sciopero della fame estremo. [17] «La lotta non si ferma qui; continueremo finché non saranno tutti liberi», dichiara Yessy Orozco. [18] Il 22 febbraio oltre 200 detenuti nel carcere di El Rodeo I aderiscono a uno sciopero della fame per chiedere la propria liberazione. [19]
Oltre la porta di Azalea, la città è solcata dai Colectivos, gruppi paramilitari armati nati come organizzazioni comunitarie durante il governo Chávez e poi trasformati in strumenti di controllo territoriale. [20] Controllano quartieri popolari come Petare e Catia. «Quando viene la notte dobbiamo essere tutti in casa», racconta una residente. «Non sono responsabili davanti a nessuno e possono ammazzare chiunque sul posto». [21] Ma la crisi colpisce anche chi difende il regime. Ingrid vive in uno di questi quartieri e mostra la spesa con amarezza. Guadagna l’equivalente di appena sei euro al mese. «Questo pezzo di formaggio ne costa quattro. Davvero, ci prendono in giro». [22]
Il peso di questo collasso grava soprattutto sui bambini. Secondo i dati più recenti il 18,2% dei bambini venezuelani va a letto senza aver mangiato nulla. Quasi la metà delle famiglie (48%) è costretta a ridurre drasticamente le porzioni per i figli. Nell’11% dei casi almeno un membro della famiglia resta senza mangiare per 24 ore consecutive. La dieta infantile si è ridotta a riso, farina di mais e pasta. Carne e proteine sono diventate privilegi quasi inaccessibili. [23]
Quando il sole tramonta dietro il monte Ávila, Caracas assume un colore arancione quasi quieto. Nei palazzi consumati dalla crisi le luci si accendono piano. Azalea è ancora alla scrivania. Controlla esercizi, corregge appunti, prepara la lezione del giorno dopo. Non lo fa per lo stipendio. Non lo fa per la pensione. Lo fa perché forse insegnare è l’unica cosa che le ricorda il Paese in cui ha sempre creduto. Il Venezuela del 2026 è diventato una lunga equazione di sopravvivenza. Ma dentro quella matematica imperfetta milioni di persone continuano a fare l’unica operazione possibile: resistere.
Fonti
[1] El agobio de vivir en Venezuela: el salario mínimo de 0,3 centavos de dólar al mes, Diario Las Américas. [2] Ibidem. [3] Ibidem. [4] Few in Caracas are celebrating as they face an uncertain post-Maduro future, The Guardian. [5] GDP per capita in 1950, NationMaster. [6] La Venezuela saudita: cómo era vivir en el país más rico de América Latina, La Nación. [7] El Viernes Negro de Venezuela: cómo el país más rico de América Latina comenzó a derrumbarse, BBC Mundo. [8] Ibidem. [9] Ibidem. [10] How Venezuela Fell Apart, Wharton School – University of Pennsylvania. [11] Quadro macroeconomico Venezuela, InfoMercatiEsteri – Ministero degli Affari Esteri. [12] Ibidem. [13] Venezuela Emergency, UNHCR – United Nations Refugee Agency. [14] Venezolanos estiman que necesitan hasta 800 dólares mensuales para vivir dignamente en el país, El Diario. [15] Costo de la Canasta Alimentaria Familiar, CENDAS-FVM / ANSA. [16] Amnistia in Venezuela, ong e familiari denunciano l’esclusione di almeno 400 detenuti, ANSA. [17] Venezuela, familiari si incatenano per la liberazione dei prigionieri politici, ANSA. [18] Venezuela, parenti dei prigionieri politici terminano lo sciopero della fame, ANSA. [19] Venezuela, 200 detenuti politici entrano in sciopero della fame, ANSA. [20] State of Terror: Life After Venezuela’s Electoral Uprising, Caracas Chronicles. [21] Ibidem. [22] Arresto di Maduro: paura e fedeltà nei quartieri chavisti, RSI Radiotelevisione Svizzera. [23] Humanitarian crisis deepens in Venezuela: children face hunger and malnutrition, World Vision.
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