La strage silenziosa nel Mare Nostrum

Un uomo solo, aggrappato ai resti di un barcone, circondato da cadaveri.
Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone, è l’unico superstite di uno dei naufragi avvenuti tra il 18 e il 21 gennaio, mentre il ciclone Harry sferzava la Sicilia.

Era partito da Sfax, in Tunisia, con circa 50 persone di diverse nazionalità.

“L’imbarcazione si è capovolta”, ha raccontato. Il mare era già in tempesta per l’uragano che nelle stesse ore colpiva la Sicilia. “Sono rimasto in acqua più di 24 ore”, ha spiegato ancora, aggrappato a ciò che restava del barcone.

Quando un mercantile lo ha avvistato, a est della Tunisia e a sud di Malta, attorno a lui c’erano solo corpi. “Durante il suo salvataggio, si vedevano cadaveri galleggiare nell’acqua”, racconta chi lo ha messo in salvo.

In quel naufragio Konte ha perso il fratello, la moglie del fratello e il nipote. Non è solo una tragedia familiare: è una strage. Le vittime sarebbero almeno 47.

La stessa furia del ciclone Harry che ha devastato Niscemi e colpito altre zone della Sicilia e della Calabria ha inghiottito imbarcazioni cariche di migranti partite dalla Tunisia, trasformando il Mediterraneo nel nostro Mare Nostrum, in una fossa comune.

Mentre in Italia si contavano i danni del maltempo, al largo tra Tunisia e Malta decine di persone lottavano contro onde superiori ai sette metri e un vento che ha superato i 54 nodi.

Le partenze erano iniziate dal 14 gennaio. Sfax, seconda città della Tunisia, porto sulla costa orientale a circa 270 chilometri a sud di Tunisi, è diventata in quei giorni uno dei principali punti di fuga.

Consegnato alla Guardia Costiera maltese, il racconto di Konte conferma quanto denunciato dall’Organizzazione Non Governativa Mediterranea Saving Humans: in quei giorni le partenze da Sfax avvenivano su barche precarie e senza soccorsi attivi nonostante le condizioni meteo proibitive.

“Dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri”, racconta la Ong citando un’altra organizzazione, Refugees.

“Dal chilometro 19 al chilometro 21 – racconta ancora Mediterranea – fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono partite sette imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare, oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti vicino a Sfax”.

In un primo momento si era parlato di almeno 380 dispersi. Oggi, alla luce delle testimonianze che si stanno raccogliendo, il numero delle vittime potrebbe avvicinarsi a mille.

Le due gemelline, racconta l’Unicef, viaggiavano in un’imbarcazione di ferro lunga appena nove metri. Anche questa era partita da Sfax. Dopo quasi due giorni di navigazione “in condizioni difficili, 61 persone – una delle quali è poi morta – sono state salvate dalla Guardia Costiera italiana”. Le due bambine sono ufficialmente disperse e presumibilmente morte.

Tra i dispersi di quei giorni anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani. Un medico che gestisce alcune cliniche in Tunisia, Ibrahim Fofanah, non sa più nulla di cinque suoi familiari: suo figlio, le sue due mogli e altri parenti. “Aiutateci a identificare i corpi dei nostri cari”, è il suo appello dalla Tunisia.

Le autorità maltesi e italiane hanno recuperato decine di salme, spesso irriconoscibili. Solo tra il 5 e il 17 febbraio almeno tredici cadaveri sono stati recuperati tra Sicilia e Calabria. A Tropea il corpo di una donna è stato visto galleggiare da alcuni studenti.

“Oggi i corpi continuano a galleggiare in mare e, talvolta, ad affiorare nei pressi dell’isola di Pantelleria e sulle coste della Sicilia e della Calabria. Non si tratta di numeri, ma di persone con un’identità, una storia e relazioni familiari”, denuncia Mediterranea.

Le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani lavorano per dare un nome ai morti e accertare eventuali responsabilità. Ma il lavoro sarà lungo. I cadaveri spesso sono impossibili da identificare. “Spesso non si riesce a distinguere neppure il sesso”, raccontano i soccorritori.

Le comunità ecclesiali locali hanno alzato la voce.

“Chiediamo – è l’urlo dei vescovi calabresi – che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore. Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio”.

“Un salvagente arancione. È quello – spiegano i vescovi – che il comandante della Guardia costiera di Tropea ha riconosciuto tra le onde, prima ancora di capire che attorno a quel salvagente c’era ancora un uomo. O quel che ne restava. Quella macchia di colore nel grigio del Tirreno è diventata, per noi, il simbolo di questa stagione: una vita che aveva cercato di salvarsi, e non ce l’aveva fatta”.

“Noi – proseguono – non possiamo tacere. Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata”.

Monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, ha scritto alla Ong: “Sono sinceramente dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage – non è una tragedia! – consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche”.

Anche il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli ha ricordato che la presenza di un corpo sulle coste “non può che essere un segnale, una provocazione, non può che essere letta come un invito ad aprire gli occhi”.

La Chiesa è tra le poche voci che si sono indignate di fronte a quest’ennesima tragedia.

Sarà anche per questo che Papa Leone XIV ha scelto di declinare l’invito alle celebrazioni ufficiali negli Stati Uniti per il 4 luglio. L’invito, secondo le cronache, era stato recapitato durante un incontro in Vaticano con il vice presidente JD Vance.

Il Papa invece si recherà a Lampedusa, isola simbolo e frontiera d’Europa. L’isola della Porta d’Europa, il monumento dedicato ai migranti morti in mare.

Come sottolinea Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, “di fronte a questo, il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia”.

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